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Produzione industriale a -28,4% Cerved taglia le stime sul 2020

Neppure i farmaci. E nemmeno gli alimentari, a dispetto dell’assalto ai supermercati. Covid-19 non fa prigionieri e manda in rosso a marzo l’intero apparato manifatturiero italiano, senza eccezioni. Con cali di produzione persino superiori alle attese: un crollo del 28,4% rispetto al mese precedente, del 29,3% se il confronto è con marzo 2019.

Il grafico presentato dall’Istat lascia in effetti pochi dubbi sulla portata del disastro, con una riduzione mai sperimentata nelle serie storiche, mai visibile pur tornando a ritroso fino al lontano 1990. Combinato disposto di due aspetti diversi: da un lato il rallentamento della domanda internazionale, ridotta per effetto dello stop cinese e dei primi impatti del virus sulle attività di altri paesi; dall’altro, a partire dal 25 marzo, effetto del blocco per decreto di una parte sostanziale dell’offerta in Italia, con il varo del lockdown manifatturiero ad esclusione di un gruppo chiuso di codici Ateco. Stop che peraltro si aggiunge al crollo verticale già sperimentato da alcuni settori dei servizi, tra cui turismo, alberghi, bar, ristoranti, vendite nei settori non food, il cui impatto è sintetizzato dal -20,5% delle vendite al dettaglio di marzo rispetto al mese precedente. A rendere meno amaro il bilancio della produzione sono i due comparti anticiclici per eccellenza, cioè alimentari e bevande, che riescono però solo a contenere il calo, rispettivamente al 6,5 e al 9,1% su base annua.

I danni più ingenti sono per tessile-abbigliamento e mezzi di trasporto, dove la produzione è più che dimezzata, ma anche guardando altrove si trovano sempre e solo cali a doppia cifra. Se l’Italia non è certo la sola a pagare dazio al virus, l’intensità della frenata è superiore. Con la Germania a cedere a marzo il 9,2% rispetto al mese precedente, la Francia il 16,2%, dati pessimi ma di gran lunga migliori rispetto alla performance italiana.

Solo un antipasto, peraltro, di quello che racconteranno i numeri di aprile, mese “pieno” in termini di vincoli produttivi in Italia , con il centro studi di Confindustria a stimare un calo a doppia cifra, il 45% di riduzione rispetto allo stesso periodo del 2019. Con il passare delle settimane e l’arrivo di nuovi dati peggiorano anche le stime di impatto per l’intero 2020. Nelle ipotesi di Cerved, che parte da una base 2019 di 2410 miliardi (tra manifattura, distribuzione, servizi, logistica e costruzioni) le imprese italiane perderanno tra i 348 e i 475 miliardi di fatturato nel 2020 e tra i 161 e i 196 nel 2021 rispetto alle tendenze previste prima della comparsa del virus. Mentre l’ipotesi più cupa non si modifica in modo sostanziale (-18% da -17,8%), quella più ottimistica, un calo dei ricavi del 12,7%, peggiora di oltre cinque punti rispetto all’analisi precedente e riduce anche le prospettive di rimbalzo, lasciando a fine 2021 i ricavi distanti ancora tre punti rispetto a quanto accadeva nel 2019. Andamenti che implicano cadute del Pil comprese tra otto e 12 punti nel corso del 2020. Esito di uno scenario più favorevole, in cui non saranno necessari nuovi periodi di lockdown, oppure più cupo, con fallimenti a raffica, una recessione più marcata dovuta anche a ulteriori chiusure e una ripresa più lenta. Anche nello scenario “soft” il quadro sarà particolarmente duro per i settori più penalizzati, come cinema (-65%), trasporto aereo di passeggeri (-50,8%), agenzie viaggi, tour operator e alberghi (-43%), organizzazione di fiere e convegni (-40%), ristorazione (-33,8%). Cali diffusi che all’estremo opposto si confrontano con una manciata di settori in forte crescita. Alcuni di questi (fabbricazione di respiratori artificiali, produzione di casse funebri) testimoni evidenti del dramma in corso.

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