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Produttività, sconti fino a 1.500 euro

Dal 2017 si allarga la platea di beneficiari grazie al doppio aumento delle soglie
È in arrivo un pieno di risparmi fiscali, fino a quota 1.500 euro in un anno, per i lavoratori dipendenti del settore privato che riceveranno premi di produttività nel 2017. Grazie ai ritocchi previsti dal disegno di legge di bilancio alla disciplina della detassazione, da gennaio si alzeranno infatti i tetti per rientrare nel raggio d’azione degli sconti.
Nella manovra ora all’esame della Camera viene allargata la platea dei beneficiari: il limite di reddito da lavoro dipendente per avere diritto alla tassazione agevolata dei premi sale, infatti, da 50mila a 80mila euro lordi annui.
In più, l’importo massimo dei “bonus” tassati con la “cedolare secca” al 10% passa da 2mila a 3mila euro e può arrivare fino a 4mila in caso di coinvolgimento paritetico dei dipendenti nell’organizzazione del lavoro (rispetto ai 2.500 euro di oggi).
Le simulazioni
Come si può vedere dagli esempi in pagina, ipotizzando il pagamento del premio massimo detassabile di 4mila euro (al netto dei contributi previdenziali), un dipendente con un reddito di 80mila euro, oggi versa circa 1.900 euro tra Irpef e addizionali regionali e comunali, mentre nel 2017 ne pagherà soltanto 400.
L’effetto virtuoso scatta anche per quella platea di persone che già oggi può godere del beneficio fiscale sui premi. Prendiamo il caso di un lavoratore che riceve un bonus di 4mila euro nel 2016: secondo le regole attuali lo sconto si applica solo su 2.500 euro e, con un reddito di 50mila euro, il totale delle imposte è di circa 870 euro. Spostiamo la linea del tempo al 2017: tutti i 4mila euro del premio sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10%, con un risparmio fiscale di 470 euro rispetto a oggi.
La manovra aumenta anche la potenza di fuoco dei piani di welfare aziendale, con due novità di rilievo per i lavoratori che scelgono di sostituire il premio di produttività – in tutto o in parte – con beni e servizi. Il carnet di benefit esclusi dal reddito di lavoro dipendente e totalmente esentasse si arricchisce con l’uso di un alloggio, l’utilizzo di un’auto a uso promiscuo, la concessione di prestiti a tassi agevolati e i servizi di trasporto ferroviario gratuito. Con la seconda novità si favoriscono previdenza complementare, assistenza sanitaria integrativa e azioni: dal 2017 chi decide di sostituire il premio con una di queste opzioni avrà la garanzia che il valore ricevuto – oltre a non essere tassato – non rientrerà nel calcolo del tetto massimo per le esenzioni(per esempio, per la previdenza complementare il limite è di 5.164,57 euro).
Da gennaio, inoltre, non saranno considerati imponibili i contributi o i premi versati dal datore di lavoro per le polizze long term care e dread disease, per non autosufficienza e malattie gravi.
Cresce il peso del welfare
Tutte queste novità, insieme alla precisazione che le prestazioni di welfare sono esentasse anche se contenute nei contratti collettivi nazionali, dovrebbe dare impulso alla diffusione dei piani di benefit per i dipendenti.
Le misure di welfare oggi sono presenti in quasi un contratto di secondo livello su cinque (erano uno su sei a metà settembre), tra quelli trasmessi telematicamente alle direzioni territoriali per la detassazione dei premi di produttività.
Dai dati del ministero del Lavoro, aggiornati al 30 ottobre, emerge che 3mila su oltre 16mila contengono misure di welfare. Il monitoraggio comprende i contratti siglati a livello aziendale (13.223, l’82% del totale) dal singolo datore di lavoro e una rappresentanza sindacale dei suoi dipendenti e quelli firmati invece a livello territoriale (il restante 18%) tra le parti sociali presenti in una determinata area geografica.
Le novità all’orizzonte mantengono il legame a doppio filo tra premio di risultato e incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza e innovazione. Sul totale dei contratti depositati finora 12.625 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 9.348 di redditività e 7.217 di qualità.
Scarsa diffusione al Sud
Restringendo, infine, l’obiettivo sul territorio, emerge che più dei due terzi dei contratti sono stati depositati in quattro regioni: il 28% in Lombardia, il 17% in Emilia Romagna, il 14% in Veneto e il 9% in Piemonte. Nel Mezzogiorno, invece, lo strumento sta ancora muovendo i primi passi (poco più del 7% delle intese).

Francesca Barbieri
Ornella Lacqua

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