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Produttività, la detassazione avvantaggia i redditi medi

Per i lavoratori con reddito basso e famiglia a carico l’imposta sostitutiva sulla retribuzione di produttività può essere svantaggiosa rispetto a quella ordinaria. L’incidenza delle detrazioni su una bassa aliquota Irpef potrebbe fare scegliere al lavoratore interessato di rinunciare, così, al regime agevolato, richiedendolo per iscritto al datore di lavoro.
Va evidenziato che in base alle disposizione valevoli per il 2013, i compensi che possono usufruire dello sconto sono quelli corrisposti in esecuzione di contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale, riferiti a indicatori che rilevino un aumento di produttività, redditività, qualità, efficienza, innovazione o legati ad altri parametri specificati nel Dpcm di regolamentazione firmato martedì scorso dal presidente del Consiglio. Il decreto ha messo sul tavolo 950 milioni per l’anno in corso secondo quanto stabilito dalla legge di stabilità 2013 (legge 228/2012).
La norma è destinata ai lavoratori del settore privato con un tetto di reddito per il 2012 entro i 40mila euro e prevede l’applicazione di una imposta sostitutiva del 10% per una somma massima agevolabile pari a 2.500 euro in luogo dell’Irpef ordinaria e delle addizionali (regionali e comunali).
In linea di massima si tratta di una misura favorevole ai lavoratori in quanto l’aliquota del 10% è generalmente più vantaggiosa della tassazione ordinaria. Come anticipato, tuttavia, non è escluso che si possano presentare dei casi in cui potrebbe risultare più conveniente mantenere la tassazione normale. Per questo motivo la norma di riferimento prevede che il lavoratore, anche nei casi in cui il sostituto sia direttamente tenuto all’applicazione della imposta sostitutiva, possa rinunciare al regime agevolato facendone richiesta per iscritto al proprio datore di lavoro.
Possibile la rinuncia
La convenienza o meno dell’imposta sostitutiva è direttamente collegata alla rilevanza degli oneri la cui deduzione o detrazione sarebbe impedita dal meccanismo d’imposizione sostitutiva. A seguito di espressa rinuncia del lavoratore, l’intero ammontare delle somme in questione concorre alla formazione del reddito complessivo ed è assoggettato a tassazione ordinaria.
Il sostituto di imposta può anche agire autonomamente. È, infatti, previsto che anche in assenza di rinuncia del lavoratore, il datore di lavoro – se riscontra che la tassazione sostitutiva (10%) è meno favorevole per il dipendente – applichi quella ordinaria, dandone comunicazione al lavoratore.
Su queste premesse, potrebbero trovare più conveniente la tassazione ordinaria (al posto del 10%) coloro che hanno redditi bassi e possono avvalersi di detrazioni di importo considerevole che potrebbero non trovare capienza nell’Irpef scaturente dal reddito di lavoro dipendente.
Eccedenze non recuperabili
Per comprendere meglio questo meccanismo bisogna considerare che una detrazione d’imposta (per esempio quella per il coniuge o per i figli fiscalmente a carico) si può applicare sino a concorrenza dell’imposta prodotta e non oltre. La parte eccedente va perduta e non può essere trasferita ad altri sistemi di tassazione, come quello sostitutivo. Ovviamente la rinuncia al 10% può avvenire – oltre che durante l’anno e con riferimento allo svolgimento del rapporto di lavoro – anche in sede di dichiarazione dei redditi (modello 730 o Unico).
Famiglie monoreddito
Quanto detto, si evidenza nei due esempi di calcolo sviluppati qui a fianco, entrambi riferiti a una famiglia monoreddito con moglie e figli minori di tre anni a carico ma con guadagni diversi. Come si può osservare l’aumento del reddito fa crescere in maniera via via più sensibile la convenienza ad aderire al regime di imposta sostitutiva: se chi guadagna 15mila euro pagherebbe un’imposta complessiva di 250 euro, contro lo zero in caso di tassazione ordinaria, nell’ipotesi di reddito di 32.500 euro, l’opzione della sostitutiva comporterebbe un risparmio complessivo d’imposta superiore a 904 euro.

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