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Produrre? Ok. Ma bisogna vendere

Negli anni ’30 del Novecento, John Maynard Keynes metteva in guardia imprese e Stati dalla cosiddetta «trappola della liquidità». Oggi, le imprese italiane e il governo corrono il rischio di finire nella «trappola dell’illiquidità», con un ulteriore aggravamento delle condizioni del sistema economico e del Paese.

La trappola dell’illiquidità ha una componente psicologica (come sempre accade quando si parla di fenomeni economici anche di sistema) e una componente monetaria. Gli imprenditori che hanno visto il loro fatturato abbattuto o azzerato dal lockdown, hanno oggi seri problemi di liquidità e in più temono di perdere definitivamente i propri clienti, tremano quindi per la sorte dei loro dipendenti e delle loro stesse aziende.

Questo li porta istintivamente a riattivare il prima possibile i processi produttivi, anche a costo di ricorrere all’ulteriore indebitamento che il governo presenta come la soluzione di tutti i loro problemi. Ancorché più indebitati, e quindi maggiormente esposti al rischio, gli imprenditori sperano di tornare presto a concludere i propri processi economici recuperando i fatturati persi. Magari qualcosa di più, perché qualche cabarettista dell’economia va in giro dicendo che i consumatori, non avendo potuto acquistare in questi tre mesi, non vedono l’ora di dedicarsi a uno shopping sfrenato e di comprare molto più di prima (come se il virus avesse provocato anche la moltiplicazione dei piedi, delle gambe, degli stomaci, del tempo libero a disposizione, e così via).

Purtroppo, però, il fatturato delle imprese si genera alla fine del processo di vendita e non alla fine del processo produttivo. E qui sta la seconda parte della trappola: oggi l’illiquidità non è solo dell’offerta ma anche della domanda. È sotto gli occhi di tutti che la crisi Covid-19 ha portato milioni di cittadini a non avere più una significativa capacità di spesa (iniziano a circolare stime che parlano del rischio di un potenziale raddoppio dei poveri, da 8 a 16 milioni), oppure ad avere capacità di spesa ma paura a spendere (la componente psicologica nei processi di acquisto), oppure ad avere capacità di spesa ma paura della normale socialità (non prenoteranno alberghi, non andranno al ristorante, non entreranno frequentemente nei piccoli negozi).

Quale che sia di queste tre fattispecie è evidente che la possibilità/predisposizione dei cittadini a spendere è enormemente inferiore rispetto a quattro mesi fa. D’altronde, basta girare per le città in questi giorni, e magari non solo nei centri storici o nelle grandi catene, per vedere che i processi di acquisto sono estremamente rarefatti, come peraltro confermano anche i primi dati raccolti dalle associazioni di rappresentanza dei commercianti. Che ne sarà, poi, quest’anno, dei 205 milioni di turisti del 2019, di cui quasi la metà stranieri? O dei 193 milioni di passeggeri transitati negli aeroporti italiani? O dei 56 milioni di spettatori degli eventi dal vivo?

La trappola dell’illiquidità scatta qui: le imprese, per superare (anche) i problemi d’illiquidità, si indebitano ulteriormente per produrre istintivamente un’offerta di beni e servizi che una domanda altrettanto illiquida (o assente per altri motivi) lascerà invenduti nei negozi e nei magazzini. Di fronte a questo rischio, emergono due esigenze vitali per il paese.

Da un lato, che gli imprenditori valutino con grande attenzione questa trappola e non si lancino istintivamente in avventure senza ritorno facendosi ingolosire da un credito (forse) facile e a buon mercato, perché correrebbero il rischio di accelerare la morte delle loro imprese (e non per niente, molti piccoli e piccolissimi imprenditori non hanno ripreso o riaperto le loro attività proprio perché hanno capito, senza bisogno di troppe analisi economiche ma «soltanto» con buonsenso imprenditoriale, la portata di un tale rischio).

Dall’altro lato, che il governo agisca con lucidità e decisione anche sulla liquidità della domanda, oltre che sulla liquidità (ad oggi più proclamata che non concretizzata, per la verità) dell’offerta. Faccio un esempio tra i tanti. I 6 miliardi a fondo perduto stanziati dal Decreto «Rilancio» per le Pmi sono una misura totalmente inefficace essendo le Pmi italiane più di 5 milioni, perché significa dare un contributo medio di 2.400 euro (ammettendo che anche solo la metà lo richiedano) ad aziende che fatturano centinaia di migliaia di euro se non milioni. Se invece queste risorse fossero state utilizzate per potenziare la liquidità della domanda si sarebbero generato non solo un reale effetto economico, ma anche un effetto psicologico e un effetto sociale, perché avrebbero rallentato il precipitare di milioni di cittadini in una condizione di povertà e di disperazione.

Ma sull’importanza dei giochi a somma maggiore di zero si ragionerà un’altra volta.

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