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Procreazione assistita, Italia ko

Altolà della Corte europea dei diritti umani alla legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita: i giudici, infatti, aprono alla diagnosi pre-impianto per coppie affette, o portatrici sane di malattie genetiche, censurando «l’incoerenza» del sistema normativo italiano.

E rigettano la richiesta di riesame, da parte del nostro paese, della precedente sentenza con cui la stessa Corte, il 28 agosto 2012, aveva bocciato la disciplina sui metodi per risolvere problemi di sterilità e infertilità. La mancanza di coerenza, si legge nel pronunciamento, deriva dal fatto che da un lato si vieta l’impianto dei soli embrioni non affetti da fibrosi cistica, mentre dall’altro, con la legge sull’interruzione di gravidanza (194/1978), si autorizzano i genitori ad abortire un feto affetto dalla stessa patologia; attualmente, esclusivamente le coppie infertili hanno accesso ai trattamenti di fecondazione assistita, e possono chiedere di conoscere lo stato di salute dell’embrione. Il ricorso riguarda gli aspiranti genitori Costa-Pavan, i cui avvocati, Filomena Gallo e Nicolò Paoletti, esprimono soddisfazione, poiché «è stata eliminata una dolorosa discriminazione nell’accesso alle cure», visto che «a tante coppie fertili sarà possibile accedere a queste tecniche, e non trasmettere gravi malattie di cui esse sono portatrici»; per i legali, inoltre, l’ultima bocciatura non fa altro che confermate «l’orientamento delle Corti internazionali, che avevano già condannato l’Italia con decisione all’unanimità e della Corte inter-americana dei diritti dell’uomo che, lo scorso dicembre, ha stabilito che l’accesso alla fecondazione assistita rientra tra i diritti umani meritevoli di tutela». La decisione di ieri spiana la strada a una modifica della legge 40/2004, già oggetto di un referendum abrogativo proposto dai Radicali (si votò il 12 e 13 giugno 2005, ma si espresse soltanto il 25,9% degli aventi diritto, perciò non fu raggiunto il quorum, ndr) e di una ordinanza del tribunale di Cagliari del 9 novembre scorso che, per la prima volta, ordinò a una struttura pubblica di provvedere alla diagnosi pre-impianto, accogliendo la richiesta di una coppia sarda (lei malata di talassemia major, lui portatore sano), che s’era vista rifiutare i test sugli embrioni dal laboratorio citologico dell’ospedale microcitemico del capoluogo dell’isola, sulla base di un presunto divieto contenuto nella normativa.

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