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Processo veloce «fai da te»

Sono passati oltre sette mesi dall’entrata in vigore del nuovo processo “celere” per l’impugnazione dei licenziamenti introdotto dalla riforma Fornero (legge 92/2012), ma le incertezze interpretative permangono.
Anzi, sembra consolidarsi una situazione in cui ogni Tribunale adotta proprie soluzioni, sotto alcuni aspetti notevolmente divergenti tra loro. Alcuni Tribunali (Firenze, Monza, Venezia) hanno avvertito la necessità di emanare e diffondere veri e propri “editti” nei quali si rendono note le scelte adottate in materia dalla specifica sede giudiziaria. Tutto ciò non fa che accrescere le perplessità degli operatori.
La diversità di opzioni interpretative si concentra soprattutto sui criteri di accesso al nuovo rito. La norma riserva il nuovo procedimento all’impugnazione dei licenziamenti che rientrano nel campo di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e inibisce l’accesso a domande diverse ed ulteriori, «salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi».
Sul punto si vanno delineando, nelle prime decisioni giurisprudenziali, due schieramenti. Il primo, più rigoroso e coerente con gli obiettivi della riforma, tende a restringere al massimo l’accesso per salvaguardare le caratteristiche di celerità del rito, dichiarando inammissibile o improponibile ogni domanda “estranea”. Il secondo, invece, si preoccupa di “salvare” il più possibile le cause introdotte, cercando soluzioni diverse dalla pronuncia di inammissibilità o improponibilità.
Un esempio del primo orientamento è una decisione del Tribunale di Milano del 18 febbraio scorso. Un lavoratore licenziato chiede in via principale l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970) e, in subordine, per il caso in cui si accerti l’insussistenza del requisito dimensionale per l’applicazione di tale norma, le inferiori tutele risarcitorie previste dalla legge 604/ 66 per le aziende con meno di 15 dipendenti.
Il giudice milanese, accertata l’insussistenza del requisito dimensionale, rigetta la domanda di applicazione dell’articolo 18 e dichiara improponibile la domanda subordinata, in quanto estranea al nuovo rito. Ritiene, altresì, incompatibile con il procedimento speciale ogni accertamento sull’esistenza di un collegamento tra imprese che possa far valutare il requisito dimensionale con riferimento al gruppo societario cui esse appartengono (nello stesso senso si è pronunciato il Tribunale di Torino).
Per i sostenitori dell’orientamento rigoroso (tra cui si annovera anche il Tribunale di Firenze), la sanzione dell’inammissibilità o improponibilità va a maggior ragione applicata alle domande proposte cumulativamente con quella di applicazione dell’articolo 18 che non siano fondate sugli stessi fatti costitutivi.
Stessa sorte per la domanda di applicazione dell’articolo 18 nei confronti di un soggetto diverso dal proprio formale datore di lavoro. Il lavoratore, in questi casi, deve ricominciare da capo, presentando un nuovo ricorso con il rito ordinario del lavoro.
Il secondo orientamento, invece, mira alla conservazione degli effetti dell’azione giudiziaria. Ritiene che le domande subordinate di riconoscimento per il licenziamento di una tutela diversa da quella dell’articolo 18 possano essere trattate nell’ambito del procedimento speciale, in quanto fondate sull’ingiustificatezza del medesimo licenziamento (così il Tribunale di Genova). Con riferimento alle domande ritenute “estranee” si procede al mutamento del rito da speciale in ordinario, previa separazione delle cause, escludendo dunque la chiusura del processo con una pronuncia in rito (inammissibilità o improponibilità). Così si regola, ad esempio, il Tribunale di Venezia.
Peccato, osservano i sostenitori dell’orientamento rigoroso, che il mutamento del rito non sia previsto dalla legge per il nuovo procedimento.
La soluzione dei problemi applicativi, insomma, è ancora lontana.

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