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Processo tributario: un taglio da 122mila ricorsi

di Marco Mobili e Giovanni Parente

Centoventiduemila ricorsi in meno. Tanto può valere la riforma del processo tributario allo studio del ministero dell'Economia, che prevede di sostituire un grado di giudizio per la creazione di un organismo di conciliazione. Le stime effettuate dal Sole 24 Ore sulla base del contenzioso 2009 tengono conto di due elementi: il venir meno, di fatto, dei ricorsi nell'attuale secondo grado (62.753) e l'effetto del filtro conciliativo che in uno scenario prudenziale potrebbe portare a ridurre del 20% il contenzioso (quasi 60mila). In questo senso, l'unico "parallelo" possibile è con il rito del lavoro, dove l'accordo si raggiunge in circa un quinto dei casi arrivati alle direzioni provinciali.

Intanto dagli operatori si alza sempre più forte il grido di allarme sul progetto di revisione. L'associazione dei magistrati tributari (Amt) – i primi a sollevare forti dubbi sulla riforma allo studio – ribadisce il suo «no» sia a una giustizia tributaria di soli "togati" sia all'introduzione della conciliazione. Un istituto – sottolinea ancora il presidente dell'Amt, Ennio Attilio Sepe – di cui nell'attuale sistema non si avverte il bisogno. Per far funzionare l'intera macchina e migliorare il contenzioso – spiega Sepe – sarebbe sufficiente provvedere alla copertura dei posti rimasti vacanti e a «una più razionale distribuzione dell'organico "Visco", che come numero di posti appare adeguato a dare risposta all'attuale domanda di giustizia».

L'associazione nazionale dei tributaristi italiani (Anti) pone invece l'accento sulla necessità di una riforma che sia condivisa tra tutti i soggetti interessati. E sul tavolo del dibattito il presidente, Mario Boidi, mette il progetto di riforma del contenzioso elaborato dall'associazione. Tra gli obietivi da raggiungere: qualificazione dei giudici tributari, il superamento di vincoli sulle prove oggi esistenti e soprattutto snellimento di quelle situazioni che oggi creano lungaggini e ritardi della procedura. In sostanza, dice Boidi, «procediamo per piccoli passi. In questo modo si possono trovare le giuste convergenze. Sulla grande riforma si potrà agire solo in presenza di tempi e risorse finanziarie adeguate, nonché al raggiungimento di un sufficiente grado di specializzazione dei giudici tributari».

Sui tempi occorre invece accelerare, almeno secondo il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili (Cndcec). Il presidente, Claudio Siciliotti, nel dirsi favorevole alla possibile riduzione dei gradi di giudizio da tre a due, ricorda, ad esempio, che già dal prossimo 1° luglio l'amministrazione finanziaria potrà contare sull'esecutività immediata degli atti di accertamento: sarebbe stato utile che anche la giustizia tributaria fosse messa in condizione di "viaggiare" alle stesse velocità.

Dai commercialisti, inoltre, arriva un «sì» alla possibile introduzione della conciliazione, ma a condizione che sia affidata e organizzata come struttura terza alle parti in contenzioso.

Non convince Siciliotti l'idea di una magistratura solo togata. Le componenti laiche sono garanzia di una maggiore multidisciplinarietà, che in questo momento è necessaria per la complessità delle materie trattate in contenzioso. Per questo sarà necessario potenziare le conoscenze puntando sulla formazione continua.

Anche a suo avviso, la rifoma va condivisa. L'obiettivo è «cercare una quadratura con tutti gli attori, compresa l'agenzia delle Entrate».

 

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