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Processo tributario più semplice

Nel processo tributario non può essere applicata la sanzione di 1.500 euro prevista dalla legge se nel ricorso non viene dichiarato il valore della lite, purché il difensore lo abbia indicato nella nota di iscrizione a ruolo della controversia o in altri atti regolarmente sottoscritti.

Lo ha stabilito la Commissione tributaria provinciale di Massa Carrara, prima sezione, con la sentenza n. 239/2012.

Secondo i giudici toscani, deve essere considerata «valida la dichiarazione di valore del procedimento resa al di fuori dell’atto introduttivo, purché la medesima sia antecedente all’iscrizione a ruolo della causa e sia sottoscritta dal difensore». Si tratta di «una formale integrazione dell’atto introduttivo del giudizio e, come tale, validamente preordinata ad individuare lo scaglione di valore del processo al fine di determinare l’importo del contributo unificato da versare».

In effetti l’articolo 14, comma 3-bis del dpr 115/2002 prevede che nei processi tributari il valore della lite deve risultare da apposita dichiarazione resa dalla parte nelle conclusioni del ricorso, anche nell’ipotesi di prenotazione a debito. In mancanza della dichiarazione, il processo si presume di valore superiore a duecentomila euro, con il conseguente versamento del contributo unificato nella misura massima di 1.500 euro, che di fatto costituisce una sanzione per l’omesso adempimento.

L’articolo 37 del dl 98/2011 ha istituito, a decorrere dal 7 luglio 2011, il pagamento del contributo unificato per proporre i ricorsi innanzi alle commissioni tributarie provinciali e regionali. La misura del contributo è rapportata al valore della controversia. Gli importi variano da 30 euro, per controversie di modesto valore (fino a euro 2.582,28), fino a 1.500 euro per le controversie il cui valore supera 200 mila euro. Il contribuente per determinare l’importo del contributo deve fare riferimento alla somma dovuta, a titolo di tributo, che forma oggetto di contestazione. Non deve quindi tener conto né degli interessi né delle sanzioni irrogate dall’ente impositore con l’atto impugnato.

Nel caso in cui la controversia abbia ad oggetto solo le sanzioni applicate dal fisco con l’atto di contestazione, occorre prendere a base di calcolo il relativo importo. Incombe sul ricorrente l’onere di indicare il valore della lite, con apposita dichiarazione, nelle conclusioni del ricorso. Alle segreterie delle commissioni tributarie provinciali e regionali, presso le quali viene depositato il ricorso, spetta poi il compito di riscuotere il contributo unificato e irrogare le sanzioni in caso di omesso o parziale versamento delle somme dovute dal contribuente.

Tuttavia, prima di proporre ricorso è bene riflettere e fare le dovute valutazioni sui costi che vanno sostenuti. Anche la rinuncia a portare avanti una causa, infatti, non esonera dal pagamento del contributo unificato, a prescindere dai motivi che possono giustificare questa decisione. In questo senso si è espresso il Consiglio di stato, prima sezione, con il parere 4380/2011. Per i giudici di palazzo Spada, la successiva rinuncia non può comportare l’esenzione dal pagamento del contributo unificato, non potendo la causa estintiva del procedimento eliminare il fatto che il ricorso sia stato proposto, che è il presupposto oggettivo del dovere contributivo.

Del resto, il contributo unificato ha natura di prestazione imposta, che trova il suo presupposto nell’insorgenza di un processo giurisdizionale.

La rinuncia al ricorso costituisce causa di improcedibilità o di estinzione del giudizio, che però ha avuto una sua vita e durata, seppure breve.

Le norme che disciplinano il contributo unificato contenute nel dpr 115/2002, si legge nella motivazione del parere, fanno riferimento ai «processi» e per concretizzare la sussistenza dei presupposti per il sorgere dell’obbligazione tributaria è sufficiente la proposizione del ricorso, «non rilevando quindi le vicende del procedimento o la sua estinzione per ogni tipo di causa».

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