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Processo più equo

Processo civile più equo con meno spazio ai cavilli. Attenuato il principio di non contestazione. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati, definitivamente approvata dalla camera il 24 febbraio 2015 (si veda ItaliaOggi di ieri), obbliga il giudice ad analizzare gli atti del procedimento e a verificare se i fatti raccontati dalle parti trovano conferma o smentita. Altrimenti lo stato rischia di dover risarcire per colpa grave del magistrato, che ha deciso senza tenere adeguatamente conto degli atti. La legge sulla responsabilità civile provoca, dunque, conseguenze sul piano processuale.

È usuale riferire che esistono due verità: quella storica (ciò che è realmente accaduto) e quella processuale (quella che si riesce a provare in giudizio). E, a volte, la verità processuale emerge solo faticosamente dalle regole della procedura; a volte, invece, non emerge affatto e chi ha ragione non riesce a dimostrarla e perde la causa. Se, però, la responsabilità civile del magistrato si misura sulla corrispondenza della sua decisione ai fatti, allora si deve dare meno spazio a cavilli e più spazio alla verità processuale, adeguando l’interpretazione delle norme procedurali. Cominciando dall’onere della prova. La regola generale del codice civile impone a chi fa valere un diritto di provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Se non prova, chi ha l’onere di farlo perde la causa. Nel codice di procedura civile c’è, poi, la regola che consente al giudice di usare nella sentenza anche i fatti non contestati (articolo 115). Chi non contesta è come se ammettesse i fatti raccontati dal proprio avversario. Quest’ultima norma preoccupa i difensori, i quali devono essere molto pignoli e devono replicare, punto per punto, a quanto riferito da controparte. Inoltre, le contestazioni, nel processo civile, devono essere scritte nel primo atto (citazione o comparsa di costituzione) oppure, al più tardi, nella memoria per le precisazioni (art. 183 cpc, c. 6, n. 1). Anche perché se non lo si fa, il rischio è che il giudice dia per provato il fatto non contestato, e senza che l’interessato debba provare nulla. Con l’art. 115 cpc basta affermare un fatto, che deve considerarsi provato se l’avversario non lo smentisce. In questo quadro si inserisce, ora, la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, che, oltre al resto, ritiene colpa grave il travisamento del fatto o delle prove, oppure l’affermazione di un fatto, la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento o la negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento. La legge, dunque, dice che il giudice, che pure non ha poteri investigativi d’ufficio, si deve attenere ai fatti: non può travisarli e, neppure, negare la realtà o affermare qualcosa che non è storicamente accaduto. Questa norma va coordinata con le regola sulla valutazione delle prove. Il risultato di questo coordinamento porta a dire che il processo deve essere orientato alla ricerca della verità, a meno che non risulti una chiara scelta della parte di non contestare il fatto. In caso contrario, non si può derogare alla ripartizione dell’onere della prova. La legge sulla responsabilità dei magistrati, quindi, finisce per attenuare il principio di non contestazione (art. 115 cpc), dovendo il giudice essere più scrupoloso nel passare al setaccio i fatti affermati da chi ne ha interesse. Inoltre si dovrà dare più spazio alle testimonianze e agli altri adempimenti istruttori: proprio perché solo così si può sviscerare il fato e prendere una decisione coerente con il reale svolgimento dei fatti.

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