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Processo breve, il Quirinale annuncia «valutazioni»

di Marzio Breda

PRAGA— Presidente, che cosa pensa delle preoccupazioni espresse dal Csm e dalle famiglie delle vittime della strage di Viareggio sul rischio che la legge sulla prescrizione breve possa far saltare molti processi? «Valuterò i termini di questa questione quando saremo vicini al momento dell’approvazione definitiva in Parlamento» . È bastata questa telegrafica risposta di Giorgio Napolitano alla richiesta di un commento sulla contestatissima approvazione del processo breve alla Camera per far scattare una rincorsa di illazioni e bislacche profezie, ieri, nel mondo mediatico e politico. C’era chi la giudicava come la minaccia di una vigilanza particolarmente occhiuta e severa, se non di un suo intervento esplicito (magari d’impronta censoria) prima del voto del Senato. Chi l’interpretava come la confessione di qualche dubbio sottotraccia, ma già da tempo maturato. Chi addirittura come un obliquo preavviso di bocciatura. Letture esasperate, in linea con certi toni del confronto pubblico di questi giorni e che dunque rispecchiavano i timori o le aspettative delle varie parti in causa. Letture, comunque, tanto insistite da richiedere una puntualizzazione ufficiosa dello staff presidenziale, diramata dopo poche ore con la classica formula di «ambienti del Quirinale» . Per far sapere ciò che avrebbe dovuto essere chiaro fin da subito. Cioè che il capo dello Stato «comincerà a esaminare il testo alla vigilia della decisione che gli toccherà prendere a proposito della promulgazione» . E che «interpretare le sue parole come l’annuncio di un intervento preventivo è del tutto arbitrario» . Napolitano, insomma, spiega e fa ripetere che non compirà alcuna ingerenza, durante il passaggio di quella legge tra un ramo e l’altro del Parlamento. Del resto, durante la gestazione legislativa, non può farlo. Analizzerà quindi il provvedimento — che potrebbe in ogni caso subire qualche modifica "in itinere"— soltanto a fine percorso. Quando gli sarà recapitato sul Colle nella versione definitiva approvata dall’Aula e dovrà decidere se controfirmarlo o no, secondo le prerogative assegnategli dalla Carta costituzionale. Così va quindi inteso quel «vicini al momento» sul quale hanno almanaccato in parecchi. Diverso il caso, citato ma a sproposito, di qualche suo recente intervento pubblico in cui aveva sollevato rilievi su decreti-legge già in cantiere: leggi che, proprio per la loro natura di «necessità e urgenza» , potevano richiedere da parte sua la segnalazione urgente di nodi critici. Mentre un precedente in qualche modo forse assimilabile alla situazione di oggi è quello della legge sulle intercettazioni, che era già stata approvata dal Senato e che, prima di approdare alla Camera, deragliò su un «binario morto» . Succedeva quasi un anno fa, e pure allora il quadro politico era confuso e turbato dal solito clima del muro contro muro. Il capo dello Stato non ebbe remore a confessare che le «preoccupazioni» del Quirinale erano le stesse di «tanti costituzionalisti e studiosi» . Stavolta le sue osservazioni, ma di metodo, le ha anticipate settimane fa in via riservata al ministro Alfano. Pregandolo di valutare le dirompenti ricadute di qualche legge ordinaria in materia di giustizia sull’annunciata riforma «epocale» , che per essere avviata positivamente ha bisogno di un confronto largo e sereno. Un discorso sul metodo, appunto. Nel merito la responsabilità del processo breve è, e resta, tutta del governo.

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