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Processo al nuovo redditometro Ora anche Monti lo boccia

«Una bomba ad orologeria». Così il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha definito ieri sera il redditometro, il nuovo strumento dell’Agenzia delle Entrate per valutare la capacità di spesa dei contribuenti. «Se fosse dipeso da me non lo avrei messo» ha detto a Porta a Porta. «Non credo che il redditometro abbia un ruolo così importante. Ma è una misura doverosa che ha introdotto il governo precedente così come altre bombe a orologeria messe sulla strada di questo governo». Tanto è vero la sua abolizione sarebbe «una cosa da valutare seriamente, anche se è un sentiero obbligato».
I dubbi di Monti sullo strumento sono anche dei tecnici chiamati a confrontarsi con esso. «Il Redditometro? In linea di massima uno strumento migliore dei precedenti. Ma prima di giudicarne l’equità e l’efficacia vorremmo confrontarci con l’Agenzia delle Entrate sul suo funzionamento e soprattutto vederne l’applicazione nel concreto». L’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Roma mette le mani avanti e chiede all’Agenzia delle Entrate di seguirne il rodaggio passo passo.
Ma quali sono i punti più controversi? Ecco una breve guida.
Le 100 voci di spesa. L’obiettivo del Fisco è ricostruire un profilo completo del contribuente e della sua capacità di spesa per metterla in confronto con il reddito dichiarato e verificarne la congruità. «È un bel passo avanti rispetto al vecchio redditometro che prendeva in considerazione alcune voci e ci applicava dei coefficienti – commenta Mario Civetta, presidente dell’Ordine dei commercialisti capitolino -. Ma si tratta di una mole di dati enorme che rischia di gettare nel panico il contribuente che immagina di dover conservare tutti gli scontrini e le ricevute».
In realtà l’Agenzia delle Entrate ha già chiarito che chiederà conto solo delle discrepanze più rilevanti: quelle che hanno generato l’accertamento. Ma anche qui tutto sarà più chiaro quando il Redditometro verrà applicato nel concreto.
Le presunzioni. La novità del Redditometro sono le medie Istat. Come è ormai noto, nel compilare il profilo del contribuente, il Fisco può servirsi di medie statistiche anziché di dati concreti. Questo può avvenire per 26 delle 56 macroaree di spesa considerate dal redditometro: secondo la norma, tra il dato reale e quello statistico il Fisco prenderà in considerazione quello maggiore. Il rischio è che una metà del profilo venga costruito non su basi reali ma su dati medi. «Certo, è un rischio – commenta Civetta -, ma sempre inferiore a quello corso dai professionisti cui sono applicati gli “studi di settore”. Di questi non si prende in considerazione la capacità professionale, per cui è sufficiente occupare tot metri quadri e avere tot dipendenti per vedersi attribuito un determinato fatturato».
Le medie Istat. Senza mettere in discussione la correttezza delle medie statistiche dell’Istat se ne può discutere l’applicazione in sede di Redditometro. Un aspetto su tutti: il Fisco ha scelto di prendere in considerazione la spesa media di 11 profili familiari diversi riferiti a cinque macroaree territoriali: Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole. Questo vuol dire che, ad esempio, il dato medio relativo a un single del Nord-Ovest si differenzia da quello delle Isole di circa il 30%. Possibile. Ma vuol dire anche che la spesa media attribuita a un cittadino di Vercelli sarà uguale a quella di un cittadino di Milano. Con evidenti distorsioni.
L’onere della prova. Spetta al contribuente l’onere di provare che il proprio reddito è congruo rispetto al livello di consumi accertato dal Fisco: è questo l’aspetto che più desta perplessità. Gli ispettori del Fisco utilizzano le banche dati che compongono l’Anagrafe tributaria e se verificano una discrepanza superiore al 20% tra il dato complessivo dichiarato e quello che emerge dalle verifiche, il contribuente sarà chiamato a spiegarne le ragioni. Per prima cosa il cittadino potrà rilevare eventuali errori di estrapolazione dei dati dall’Anagrafe tributaria, mentre per quanto riguarda le spese per le quali risulta incongruo, dovrà spiegarne la ragione. Per esempio potrebbe argomentare che le risorse per l’acquisto dell’automobile di grossa cilindrata derivano in parte da prestiti, regalie o altro. Tutto però dovrà essere ben documentato.
La gestione del contraddittorio. «Tutti questi punti fin qui richiamati sono certamente da verificare – ammette Civetta – ma l’aspetto più importante sarà l’applicazione dello strumento nel contraddittorio». L’Agenzia delle Entrate ha assicurato che non c’è alcun intento persecutorio nel nuovo strumento. «Sì, ma se dovessimo giudicare da come si applicano gli “studi di settore”… Insomma, vediamo – continua il presidente dei commercialisti romani -. Tutto dipenderà dalla possibilità offerta al contribuente di far valere le proprie ragioni nel momento del confronto. A volte gli uffici sono sordi alle indicazioni di principio e seguono pedissequamente la norma. In questo modo il contribuente si può ritrovare in un attimo sotto accertamento, con tutte le spese che questo comporta in assistenza professionale e con il versamento di un 30% della maggior somma dovuta. Un salasso».
In questa prospettiva, l’Ordine di Roma auspica che l’Agenzia delle Entrate «renda note in dettaglio tutte le modalità di calcolo e tutte le variabili statistiche utilizzate per il funzionamento del nuovo strumento di accertamento, onde consentire una piena difesa del contribuente in ossequio ai principi costituzionali che presidiano la parità delle parti in giudizio».

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