Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Processi penali da rifare

di Debora Alberici 

D'ora in poi le sentenze della Corte europea non resteranno un monito inascoltato. Infatti andranno riaperti i processi italiani che si sono conclusi con una condanna non in linea con Strasburgo perché decisa in un procedimento ritenuto poco equo dai giudici d'Oltralpe.

Questa sentenza che rischia di passare alla storia, almeno del diritto penale, è stata depositata ieri dalla Corte costituzionale (n. 113).

In particolare non ha superato il vaglio dei giudici di Palazzo della Consulta l'articolo 630 del codice di procedura penale che, fino a ieri, prevedeva una serie limitata di motivi di revisione del processo fra i quali non era contemplato il contrasto con una sentenza della Corte di giustizia. Ma ora il giudice delle leggi ha dichiarato la norma costituzionalmente illegittima nella parte in cui “non contempla un «diverso» caso di revisione, rispetto a quelli ora regolati, volto specificamente a consentire (per il processo definito con una delle pronunce indicate nell'art. 629 cod. proc. pen.) la riapertura del processo – intesa, quest'ultima, come concetto di genere, funzionale anche alla rinnovazione di attività già espletate, e, se del caso, di quella integrale del giudizio – quando la riapertura stessa risulti necessaria, ai sensi dell'art. 46, paragrafo 1, della CEDU, per conformarsi a una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo (cui, per quanto già detto, va equiparata la decisione adottata dal Comitato dei ministri a norma del precedente testo dell'art. 32 della CEDU)”.

L'Italia, si evince dalla sentenza, è il fanalino di coda sull'adeguamento alle sentenze di Strasburgo. Infatti, già in tutta Europa sono state depositate norme e regolamenti che permettono l'allineamento. Qui, in mancanza di un intervento del legislatore e come spesso accade, i giudici sono corsi ai ripari modificando di fatto una norma del codice di procedura penale.

A pesare sull'ago della bilancia due norme della Cedu. L'articolo 46 che impegna gli Stati membri a conformarsi alle sentenze definitive della Corte europea sulle controversie di cui sono parti.

C'è da sperare, a questo punto, che, data la necessità della riapertura dei processi “non equi”, nonostante sia difficile fare un pronostico sul numero dei procedimenti da riaprire, non ci sia un ulteriore rallentamento della giustizia italiana, già molto appesantita.

Ma questo è un secondo problema. Per il momento la Corte costituzionale non ha potuto ignorare quanto più volte affermato dai giudici di Strasburgo e cioè che «quando la Corte constata una violazione, lo Stato convenuto ha l'obbligo giuridico, non solo di versare agli interessati le somme attribuite a titolo di equa soddisfazione, ma anche di adottare le misure generali e/o, se del caso, individuali necessarie».

Non è la prima volta che la questione approda alla Corte costituzionale. In altre due occasioni era stata dichiarata infondata perché basata su diversi parametri. Ora i termini imposti dalla Corte d'Appello di Bologna hanno condotto a un epilogo diverso.
 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Fumata quasi bianca. Positiva però non ancora abbastanza da far considerare chiusa la partita. Ieri...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La parola che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non voleva più nemmeno ascoltare, "lockd...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Nell’ultimo giorno utile per lo scambio dei diritti relativi all’aumento di capitale, il titolo ...

Oggi sulla stampa