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Processi lenti, indennizzi bis

Nell’ambito del giudizio di ottemperanza la condanna all’astreinte, cioè la penalità di mora mutuata dal diritto francese, ben può scattare anche quando la decisione riguarda prestazioni di natura pecuniaria, contrariamente a quanto affermato in passato dai giudici amministrativi.

Insomma: il cittadino che è stato vittima di un processo-lumaca può ottenere un’ulteriore somma di denaro per ogni giorno in cui l’amministrazione dello Stato tarda a versargli l’equa riparazione prevista dalla legge in caso di durata non ragionevole del processo. La penalità di mora prevista dal codice del processo amministrativo, infatti, non è un risarcimento e dunque deve escludersi il doppio ristoro per un solo danno, e ciò anche nel caso in cui la lite riguarda la condanna della Corte d’appello all’equa riparazione per i processi-lumaca. Lo stabilisce l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato con la sentenza 15/2014 che prende le distanze dalle posizioni del ministero.

Funzione deterrente

Palazzo Spada non ha dubbi: la penalità di mora ex articolo 114, comma 4, lett. e), del codice del processo amministrativo, è ammissibile per tutte le decisioni di condanna di cui al precedente articolo 113 Cpa. Si tratta di una sanzione che può scattare anche senza il danno o la sua dimostrazione che si configura solo perché non è stata eseguita la decisione e il creditore è rimasto insoddisfatto. Non c’è differenza fra le sentenze che riguardano prestazioni pecuniarie e non: se è stato già assicurato un risarcimento integrale viene meno la funzione deterrente e general-preventiva delle penalità di mora: spetterà allora al giudice dell’ottemperanza verificare se le circostanze addotte dal debitore pubblico assumano rilievo per negare la sanzione o di mitigarne l’importo. Deve infatti ricordarsi che il giudice è dotato di un ampio potere discrezionale sia in sede di scrutinio delle esimenti sia in sede di determinazione dell’ammontare della sanzione. In favore dell’amministrazione gioca il limite negativo della manifesta iniquità, previsto nel codice di rito civile, quello, del tutto autonomo, della sussistenza di altre ragioni ostative. Insomma: è il giudice dell’ottemperanza che, di volta in volta, deve verificare se la penalità di mora costituisce una sanzione troppo afflittiva per le casse pubbliche o un indebito arricchimento per il cittadino, che pure è stato penalizzato in tanti anni alle prese con codici, pandette e carte bollate. Il fatto che il creditore pecuniario della pubblica amministrazione possa seguire oltre che la strada dell’esecuzione forzata civile quella dell’ottemperanza rafforzata dall’astreinte costituisce solo un arricchimento del bagaglio a suo disposizione. La parola torna alla sezione semplice.

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