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Processi in corso senza nuovo articolo 18

La Legge Fornero sui licenziamenti individuali (modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) non è «immediatamente applicabile» ai processi in corso. La Sezione lavoro della Corte di cassazione (sentenza 10550/13) esclude senza mezzi termini l’estensione della nuova disciplina sul reintegro dei dipendenti ai contenziosi già radicati prima dell’entrata in vigore della legge 28 giugno 2012 numero 92.
Contro il superamento di un regime transitorio – nel senso di rendere immediatamente applicabile il nuovo testo dell’articolo 18 – i giudici di piazza Cavour vedono un insieme di ostacoli, sia di cornice costituzionale (la «ragionevole durata del processo») sia di ordine normativo, considerato che il controverso intervento firmato dall’ex ministro non si limita a rivedere l’apparato sanzionatorio ma, in realtà, interviene sulla qualificazione giuridica dei fatti «incompatibile con una sua immediata applicazione ai processi in corso».
Il caso sollevato da una compagnia telefonica, peraltro, era tutto fuorché complicato, almeno dal punto di vista dei fatti contestati al lavoratore licenziato. Al dipendente, infatti, era addebitato l’utilizzo improprio (e molto risalente nel tempo: anni 1999–2000) del telefono cellulare aziendale, da cui in poco più di 10 mesi erano partiti 13.404 messaggi di testo personali (sms) non inerenti le mansioni svolte, per un controvalore fatturato al datore di circa 1.700 euro. Per il Tribunale di Napoli l’addebito era stato sufficiente a giustificare il licenziamento per giusta causa, ma la Corte d’appello aveva accolto il ricorso dell’impiegato, ordinandone la reintegrazione nel posto e condannando la compagnia telefonica al pagamento delle retribuzioni maturate nel frattempo, oltre ai relativi contributi previdenziali e assistenziali. Secondo l’appello, in sostanza, si era trattato di un comportamento posto in essere «senza raggiri o frode» considerato che la società avrebbe potuto facilmente verificare l’abuso dello strumento aziendale e che il danno, inoltre, era da considerare di lieve entità.
Tra i motivi del ricorso in Cassazione, le censure più radicali della Corte colpiscono proprio la richiesta di ricondurre la fattispecie sotto l’ombrello della riforma Fornero, derubricando contestualmente il licenziamento da giusta causa a giustificato motivo soggettivo. A giudizio dell’estensore, «la legge 92/2012 introduce una nuova, complessa ed articolate disciplina dei licenziamenti che àncora le sanzioni irrogabili (…) a valutazioni di fatto incompatibili non solo con il giudizio di legittimità ma anche con una eventuale rimessione al giudice di merito che dovrà applicare uno dei possibili sistemi sanzionatori conseguenti alla qualificazione del fatto (giuridico) che ha determinato il provvedimento espulsivo».
Allontanarsi da questa lettura produrrebbe un contrasto con l’articolo 111 della Costituzione (ragionevole durata del processo), con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (articolo 6), con la Carta europea dei diritti fondamentali, ma soprattutto con i diversi regimi disegnati dalla riforma Fornero per le patologie del lavoro dipendente. Si tratta in sostanza di «un evidente stravolgimento del sistema di allegazioni e prove del processo, che non si è limitato ad una modifica della sanzione irrogabile (come nel caso della legge 182/2010) ma si collega a una molteplicità di ipotesi diverse di condotte giuridicamente rilevanti cui si connettono tutele tra loro profondamente differenti».

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