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Processi al Tar sospesi a metà

Nel processo amministrativo sono sospesi (fino al 22 marzo 2020) solo i termini per notificare il ricorso iniziale, non quelli per il deposito telematico di memorie difensive. È questa la linea del Consiglio di Stato a proposito del decreto legge 11/2020 (parere n. 571 del 10/3/2020). Secondo i magistrati amministrativi, la volontà del decreto non è bloccare le attività che, svolgendosi in via telematica, non implicano un contatto sociale. Nel parere si dà atto che questa interpretazione è antiletterale e, per questo, si lascia aperta la strada della rimessione in termini, caso per caso, in ipotesi di ritardo. Il parere ha suscitato le reazioni critiche dell’avvocatura, per la quale la sospensione generalizzata risponde all’esigenza di alleviare gli studi legali, che stanno operando in una situazione di sostanziale chiusura e di enormi problemi a svolgere il lavoro. Ma vediamo i dettagli. Tutto parte dall’articolo 3, comma 1, del dl 11/2020, che richiama la norma sulla sospensione dei termini feriali e la applica al periodo tra l’8/3/2020 e il 22/3/2020. Il problema è se la sospensione dei termini riguardi solo l’atto iniziale del processo (il ricorso introduttivo) o se riguardi tutte le altre attività difensive relative a processi già pendenti, come il deposito di documenti, memorie e repliche, in vista delle udienze. Nel primo caso, gli avvocati devono depositare telematicamente nei fascicoli elettronici di Tar e Consiglio di Stato gli atti (diversi dal ricorso introduttivo) che scadono nel periodo dall’8 al 22/3/2020, come in un periodo normale. Nel secondo caso, il periodo dall’8 al 22 marzo viene messo tra parentesi per qualsiasi attività difensiva. Il Consiglio di Stato riconosce che una interpretazione letterale sembra sospendere tutto. Però, nota il parere, questo produrrebbe effetti a cascata. Congelare 15 giorni significa dover riprogrammare le udienze fissate in data immediatamente successiva al periodo di sospensione. Nel processo amministrativo, infatti, le parti possono fare attività secondo un calendario a ritroso rispetto alla data dell’udienza: e cioè produrre documenti fino a 40 giorni prima, memorie fino a 30 giorni e repliche fino a 20 giorni prima. Ma se uno di questi termini cade nel periodo dall’8 al 22 marzo e se va spostato al 23 marzo, allora non ci sono più i termini minimi antecedenti e bisogna riprogrammare l’udienza in una data più avanti. Tutto ciò, secondo Palazzo Spada, stride con lo scopo del decreto legge, cioè contrastare l’emergenza epidemiologica: il deposito del ricorso e degli atti e documenti nei procedimenti già pendenti possono, infatti, essere svolte in via telematica senza necessità di andare all’ufficio giudiziario. Per il consiglio di stato non c’è, dunque, giustificazione per la dilatazione dei termini endoprocessuali. Palazzo Spada abbraccia l’interpretazione antiletterale per cui il periodo di sospensione riguarda esclusivamente il termine decadenziale previsto dalla legge per la notifica del ricorso. Lo stesso parere chiede, però, una norma retroattiva di interpretazione autentica. Il parere si chiude rinviando a ciascun collegio giudicante di valutare caso per caso se accordare la rimessione in termini, per errore scusabile, alla parte che non ha potuto provvedere agli adempimenti e ai depositi nei termini di legge.

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