Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Procedure concorsuali in auge

Il decreto Liquidità strizza l’occhio ai piani attestati e agli accordi di ristrutturazione; non al concordato preventivo che, invece, rischia di essere affossato e difficilmente praticabile. La possibilità di accedere alle forme di finanziamento garantito dal Fondo centrale di garanzia (o dalla Sace per gli interventi più sostanziosi) può e deve essere coordinata con l’attivazione di istituti di composizione negoziata della crisi di impresa di natura para concorsuale, quali i piani di risanamento e gli accordi di ristrutturazione. In tal modo la situazione di difficoltà in cui sono state trascinate le imprese a causa della crisi epidemiologica potrà essere affrontata con la serenità di non incappare in situazioni che, in caso di successivo default, possano ripercuotersi su amministratori e finanziatori stessi aggiungendo oltre al danno subito, la beffa delle conseguenze anche penali in agguato.

Lo spirito del decreto n. 23/2020, il cosiddetto decreto liquidità, è chiaro: pur nella farraginosità delle procedure per accedere al finanziamento (o meglio alla garanzia che assiste il finanziamento), l’intenzione è quella di intercettare le esigenze di coloro che sono stati danneggiati dal virus e non anche di quelli che, prima del virus, navigavano già in acque torbide. In tale prospettiva l’articolo 13 del decreto esclude dall’accesso alle garanzie le imprese con posizioni classificate a sofferenza; restano però aperte le porte a chi, alla data del decreto, ha esposizioni classificate come «inadempienze probabili» o «deteriorate», purché tale situazione si sia verificata dopo il 31 gennaio 2020.

Se poi si considera che i finanziamenti garantiti possono anche essere utilizzati per il consolidamento di posizioni in essere, purché venga comunque erogata una parte di nuova finanza, ecco che in moltissimi casi gli stessi istituti di credito potrebbero essere incentivati a perfezionare l’operazione con l’impresa non in perfetta salute; ciò perché seppur costretti ad aumentare l’esposizione, le banche vedrebbero garantita anche fino al 100% la loro nuova posizione rispetto all’originaria esposizione, nella maggior parte dei casi di natura chirografaria. In merito alla pericolosità di tali operazioni e al rischio di trovarsi di fronte a conseguenze civili (revocatoria) e penali (bancarotta preferenziale) (si veda ItaliaOggi del 17 aprile 2020), proprio per evitare tali situazioni, appare opportuno che la richiesta di nuovi finanziamenti sia accompagnata dalla presentazione di uno degli istituti previsti dalla legge fallimentare per la soluzione della crisi d’impresa. Sia esso un piano di risanamento attestato ai sensi dell’articolo 67, comma 3, lettera d) legge fallimentare (lf) o un accordo di ristrutturazione ai sensi dell’articolo 182-bis ed eventualmente septies lf.

Le operazioni contemplate da detti istituti, infatti, sono tutelate nel caso di successivo fallimento dell’imprenditore debitore; sia attraverso l’esenzione dalla revocatoria dei pagamenti nel frattempo effettuati dall’imprenditore a rimborso del debito contratto (tutela civile), sia attraverso l’esenzione del reato di bancarotta preferenziale connesso ai suddetti rimborsi o acquisizioni di garanzie su debiti preesistenti (tutela penale).

Peraltro, a ben vedere, tutti gli istituti sono accomunati dalla necessità di un piano economico e finanziario che, attraverso l’attestazione di un professionista, si dimostri idoneo al superamento della crisi in cui versa l’impresa. Condizione questa che, a ben vedere, dovrebbe comunque e a prescindere dalle conseguenze giuridiche, essere alla base della decisione dell’imprenditore di indebitarsi ulteriormente in presenza di una situazione di crisi finanziaria. La scelta dovrebbe poggiare su un business plan, di orizzonte definito, nel quale il finanziamento in questione è solo una delle operazioni previste che si integra con quelle di natura produttiva e commerciale per generare quei flussi di cassa previsti ed idonei al superamento dell’impasse e al ripristino della marginalità.

In tale scenario, peraltro, vanno lette anche le misure del decreto che permettono alle società di capitali di non interrompere l’attività anche in presenza di ipotesi di scioglimento legate alla perdita del capitale.

Il piano economico e finanziario inserito nell’ambito di uno strumento di composizione della crisi avrebbe l’ulteriore vantaggio di essere certificato da professionista indipendente e, come detto, di tranquillizzare l’imprenditore e gli interlocutori chiamati in causa, sulle conseguenze del possibile naufragio del piano stesso.

Non sembra invece essere favorito da tale scenario l’approccio al concordato preventivo; anzi. Se si decidesse di acquisire il finanziamento senza piano attestato o accordo di ristrutturazione, l’eventuale accentuarsi della crisi e l’impossibilità di onorare gli impegni assunti lascerebbero all’imprenditore l’unica via del concordato preventivo che però ben difficilmente potrebbe essere portato a casa. Intanto perché gli istituti di credito non avrebbero alcun interesse a votare favorevolmente il concordato essendo garantiti (anche al 100%) dal fondo di garanzia (o da Sace). E poi perché la garanzia statale rischia di trasformarsi in un boomerang a causa della sua particolare natura: in caso di mancato rimborso da parte del debitore, la banca escute la garanzia statale e il fondo di garanzia (o Sace) si surroga nella posizione dell’istituto nei confronti del debitore originario. Solo che in questo passaggio il credito del fondo è assistito da privilegio generale mobiliare che si colloca appena prima di quello previsto per i debiti previdenziali. Anche se l’originario credito della banca era di natura chirografaria. Situazione questa che già si verifica per i crediti bancari assistiti dalla garanzia del Medio credito centrale. Resta il fatto che dovendo far fronte a un credito privilegiato in luogo di uno originariamente chirografo, il piano di concordato ben difficilmente potrebbe vedere la luce. L’unico modo per non penalizzare il concordato preventivo appare quello di prevedere, in sede di conversione del decreto, l’esclusione del privilegio generale mobiliare sul credito di rivalsa che il fondo centrale (o Sace) vanterebbero in caso di escussione da parte delle banche finanziatrici. Misura questa che, se accompagnata da premialità in caso di non utilizzo e di condizioni particolari per l’eventuale rimborso del debito maturato nei confronti del garante, potrebbe rivelarsi la più efficace misura proposta.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Cattolica sposta il suo 1% di Ubi Banca dal "Comitato azionisti di riferimento" (Car) al carro di In...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Giuseppe Conte è stato accolto ieri da Angela Merkel in un luogo simbolico, Schloss Meseberg, la Vi...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Da domani anche gli intermediari potranno effettuare gli invii delle comunicazioni per la cessione d...

Oggi sulla stampa