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Procedere in giudizio costa caro

di Antonio Ciccia

Salasso per chi vuole contrattaccare in giudizio, proponendo la domanda riconvenzionale: dovrà pagare il contributo unificato pieno. Mentre fino ad oggi versava solo un'integrazione rispetto a quanto già versato dal suo avversario. Con il risultato che la giustizia, per il valore della causa comune ai due contendenti, incassa due volte il contributo unificato e in più incassa uno spread per il valore eccedente conseguente alla domanda riconvenzionale.

Un emendamento al ddl stabilità aggrava ancora il costo delle cause civili. Oltre al pagamento integrale del contributo unificato per le domande riconvenzionali, l'aumento del contributo unificato per appello e cassazione e le sanzioni per le istanze temerarie di sospensione delle sentenze esecutive di primo grado sono i punti di un nuovo rincaro, che va ad aggiungersi a quelli decisi con le manovre del 2010 e del 2011 (decreti legge 78/2010, 98/2011 e 138/2011).

L'onere da sostenere per un contenzioso è aumentato, dunque, in maniera rapida. Nel conto non va considerato solo il contributo unificato, ma anche la spesa per la mediazione e le eventuali maggiorazioni per violazioni formali degli atti giudiziari (omessa indicazione di fax e pec dell'avvocato). Vediamo di analizzare quanto prescritto dall'emendamento.

Contributo unificato per appello e cassazione. Come spiegato nella relazione all'emendamento, il contributo unificato per i giudizi di impugnazione è aumentato del 50% e quello per i giudizi in cassazione è aumentato del 100%. Questo per effetto dell'inserimento del comma 1 bis all'articolo 13 del Testo unico delle spese di giustizia (dpr 115/2002). Si noti che la base di calcolo degli aumenti è quella risultante dagli aumenti disposti già con i decreti 78 del 2010 e 98 del 2011.

Per fare un esempio per le cause di valore di 25 mila euro in origine si pagavano 155 euro di contribuito, aumentati a 187 euro grazie al decreto 78/2010 e passati a 206 euro con il decreto 98/2011. Si tratta di un aumento di un terzo nel giro di un anno. Per impugnare ora, invece, l'emendamento pretende il pagamento di 309 euro per l'appello e di 412 euro per la Cassazione. E più si avanza nei gradi di giudizio, più si paga. Si tratta di una decisione che avrà anche prevedibili effetti disincentivanti dal proporre impugnazioni e, quindi, deflativi, con conseguente concorso all'abbattimento dell'arretrato civile pendente.

La novità avrà effetto immediato, in quanto le nuove cifre del contributo dovuto per le impugnazioni si applicano anche alle controversie pendenti nelle quali il provvedimento impugnato sarà pubblicato o depositato successivamente alla entrata in vigore della legge di stabilità.

Contributo per le domande riconvenzionali. Nel corso del processo civile può capitare che le parti modifichino la propria domanda o replichino alla domanda formulata contro di loro proponendo una domanda contro l'avversario (domanda riconvenzionale).

La modifica della domanda e la domanda riconvenzionale possono aumentare il valore della causa, che è la base per il calcolo del contributo da versare. Ad esempio Tizio fa causa a Caio chiedendo la condanna a pagare 100, ma Caio si difende contrattaccando e chiedendo che Tizio sia condannato a pagare 150. Il maxiemendamento aumenta il contributo dovuto per domande modificate e riconvenzionali.

Nell'impianto originario del Testo Unico delle spese di giustizia, sviluppando l'esempio, la regola era che Tizio pagasse il contributo dovuto per il valore di 100 e che Caio, a fronte della domanda riconvenzionale, dovesse integrare il contributo per la parte eccedente il valore di 100 (fino a coprire il contributo dovuto per il valore di 150). Quindi in ogni caso se la domanda riconvenzionale o modificata comportava un aumento del valore della causa, era dovuta solo un'integrazione per l'eccedenza.

L'emendamento al ddl stabilità mantiene questa regola solo per la parte che per prima si costituisce in giudizio, che deposita il ricorso introduttivo, o che, nei processi esecutivi di espropriazione forzata, fa istanza per l'assegnazione o la vendita dei beni pignorati; fissa, invece, per le altre parti una regola più onerosa: le altre parti, quando modificano la domanda o propongono domanda riconvenzionale o formulano chiamata in causa o svolgono intervento autonomo, sono tenute a farne espressa dichiarazione e a procedere al contestuale pagamento di un autonomo contributo unificato, determinato in base al valore della domanda proposta.

Nell'esempio Caio deve pagare un contributo unificato per il valore di 150 (e non solo un'integrazione per 50). In sostanza per quella causa il contributo per il valore di 100 è pagato due volte e in più si paga il differenziale per le cause di valore pari a 150.

Multa per pretestuose istanze di sospensione delle sentenze. L'emendamento sbarra la strada alle istanze di sospensione delle sentenze, quando sono inammissibili o manifestamente infondate.

Le sentenze di primo grado sono, infatti, esecutive e il solo modo di bloccarle, nelle more dell'appello, è chiedere al giudice di appello la sospensione.

L'emendamento prescrive (sia per il rito ordinario sia per il rito del lavoro) che se la richiesta di sospensione è inammissibile o manifestamente infondata il giudice, con ordinanza non impugnabile, può condannare la parte che l'ha proposta a una pena pecuniaria non inferiore ad euro 250 e non superiore ad euro 10.000. L'ordinanza, peraltro, è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio.

La novità scatterà decorsi trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di stabilità. La ricaduta pratica sarà un disincentivo a proporre la sospensione delle sentenze, con il risultato di ulteriormente blindare la sentenza di primo grado. La norma è fortemente criticata dal Consiglio nazionale forense, che la descrive come una «mina anti civiltà».

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