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Privilegi sui crediti, transazione fiscale in fuorigioco

di Alessandro Felicioni

Le nuove regole sui privilegi dei crediti fiscali mettono in fuorigioco la transazione fiscale; la necessità di considerare anche le sanzioni tra i crediti privilegiati e l'allargamento oggettivo delle fattispecie cui viene accordata la tutela rischiano di rendere poco percorribile l'istituto introdotto dall'articolo 182-ter lf, già più volte minato dalle disposizioni interpretative e normative succedutesi.

È questa la preoccupazione che si cela tra le righe della manovra correttiva (legge 111/2011) laddove si interviene, in verità a gamba tesa, per modificare la gradazione dei privilegi di legge, promuovendo di impero le sanzioni sulle imposte dirette non versate al rango degli stessi tributi.

Già il fatto che le nuove norme si applichino alle procedure esecutive e ai fallimenti in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge la dice lunga sulla perentorietà e sulla determinazione del legislatore in materia. Tanto che, anche in campo fallimentare si rischia di creare una notevole confusione costringendo creditori e, soprattutto, organi della procedura, a rimettere mano agli stati passivi già predisposti e, forse, anche ai riparti già effettuati.

L'effetto delle nuove regole che però è passato sottotraccia è quello generale che si produce a regime non tanto in campo fallimentare quanto piuttosto in occasione della predisposizione, da parte dell'imprenditore in stato di crisi, di una proposta di concordato preventivo o del più snello accordo di ristrutturazione dei debiti. Di ciò si è dato conto su queste pagine (vedi ItaliaOggi del 13 luglio 2011).

Corollario a tali considerazioni è che la transazione fiscale, necessariamente inserita all'interno degli istituti nominati, risente in prima battuta delle modifiche apportate. Se è vero infatti che nell'ambito del concordato preventivo la dottrina e la giurisprudenza dominante escludono l'obbligatorietà della transazione laddove si offrisse all'amministrazione finanziaria un pagamento non integrale, negli accordi di ristrutturazione del debito (art. 182-bis lf) se si vuole venire a patti con l'Agenzia delle entrate, la transazione è inderogabile.

Ecco allora che le nuove regole di collocazione dei crediti erariali finiscono per svilire ancor più un istituto che salutato al suo arrivo come grimaldello fondamentale per scardinare il dogma dell'indisponibilità del credito tributario, si è ridotto, via via, a sterile strumento difficilmente percorribile e di scarsa convenienza.

Come si ricorderà, infatti, dapprima venne statuita la non falcidiabilità dei crediti Iva, seguita a breve distanza dalla regola che impone il pagamento integrale delle ritenute d'acconto applicate ma non versate dal sostituto di imposta. Con la manovra dello scorso anno sono poi state inasprite le sanzioni (anche penali) relative alla rispondenza dei dati patrimoniali inseriti nella proposta di transazione; da ultimo, appunto, ecco comparire disposizioni che rendono privilegiati alcuni accessori al tributo con la conseguenza di ridurre ulteriormente il margine di manovra a disposizione dell'imprenditore.

Se infatti è vero che le sanzioni tributarie sulle imposte dirette, divenute privilegiate, possono essere comunque oggetto di falcidia, è altrettanto vero che ponendo le stesse al rango dei tributi, non è possibile operare in libertà. Ciò perché l'articolo 182-ter impone comunque di non sottoporre il credito tributario a un trattamento deteriore rispetto ad altri crediti dello stesso rango.

Supponiamo, tanto per stare sul concreto, un accordo di ristrutturazione del debito in cui venga offerto all'erario (con esclusione dei tributi non falcidiabili) il 70%, relegando i creditori chirografari residui (fornitori, istituti di credito ecc.) al 40%. Ebbene la falcidia al 70% prevista per l'erario poteva essere applicata ai soli tributi e alle sole fattispecie privilegiate ben potendo l'imprenditore assoggettare a falcidia maggiore (pari a quella prevista per i chirografi) sanzioni su imposte dirette e tributi risalenti a oltre due anni dall'avvio della procedura. Con le nuove regole, invece anche per tali importi non si può scendere sotto il 70% altrimenti si violerebbe la norma che impone per i crediti tributari un trattamento non peggiore dei crediti di pari rango. La tabella in pagina mostra, quantitativamente, l'impatto di tale situazione.

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