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Privatizzazioni, Italia medaglia di bronzo Ue

Prima il collocamento in Borsa di Poste Italiane a metà ottobre. Poi l’annuncio della privatizzazione del 40% di Ferrovie dello Stato nel 2016. L’Italia rispolvera i suoi “gioelli di famiglia” e li mette sul mercato, ma non è un caso isolato. Nel 2014 e nei primi otto mesi del 2015 si è registrato un vero e proprio boom a livello mondiale: lo scorso anno sono state realizzate 441 dismissioni con entrate in aumento del 12% a quota 216,8 miliardi di dollari rispetto al 2013. Il trend è proseguito anche da gennaio ad agosto di quest’anno con 354 dismissioni totali che hanno consentito di raccogliere un tesoretto di 213 miliardi di dollari (circa 188 miliardi di euro). Lo rivela il «Privatization Barometer» realizzato da Fondazione Mattei e Kpmg, che vede il nostro Paese al quarto posto nella classifica europea del 2014 e medaglia di bronzo in quella del 2015. A livello mondiale il primato indiscusso è della Cina che ha raccolto 55,7 miliardi di euro con 188 operazioni lo scorso anno – pari a un terzo del totale – e 123 attraverso 247 offerte in quello in corso – ben due terzi delle entrate complessive – grazie alla fase positiva del mercato di Borsa fino a maggio.
I record delle singole dismissioni sono però tutti europei: nel 2014 spetta alla prima tranche di ri-privatizzazione dei Lloyds, la storica banca nazionalizzata nel 2009, che ha raccolto circa 5 miliardi di euro. Nei primi otto mesi del 2015 l’operazione più fruttuosa è stata invece la cessione delle centrali elettriche in Svezia del gruppo finlandese Fortum a una cordata di fondi pensione svedesi e alla canadese Borealis per 6,6 miliardi di euro. Record a parte, sottolinea Alessandro Carpinella, partner di Kpmg e curatore del Barometro «è iniziata una nuova fase più matura: aumenta il numero di deal, si riduce la dimensione delle aziende sul mercato e si assiste a medie privatizzazioni nei settori industriale, della finanza e delle infrastrutture. Nei Paesi emergenti si tratta di un ulteriore passo di avvicinamento al mercato con una diminuzione del ruolo dello Stato nell’economia, in quelli europei la privatizzazione è un modo per fare cassa e portare ossigeno ai conti pubblici».
A livello europeo il Barometro, che monitora tutte le operazioni di cessione o di trasferimento di quote da un soggetto di matrice pubblica a un soggetto privato o al mercato retail, assegna il primo posto per valore di dismissioni alla Gran Bretagna nei due anni considerati. Londra ha messo a segno 20 operazioni nel 2014 e 8 nei primi otto mesi del 2015 che in entrambi i casi hanno consentito di raggranellare oltre 12 miliardi di euro. La Spagna si situa al secondo posto lo scorso anno con 13 operazioni e al quarto nel 2015 (con 2 dismissioni). La Svezia, che non compare nella «Top 5» nel 2014, quest’anno è seconda. L’Italia avanza di un gradino nella classifica: nel 2014 è quarta con 9 dismissioni per 5,5 miliardi di euro e nel 2015 terza con 3 per 6,1 miliardi. Quest’anno la prima operazione per controvalore è stata la cessione sul mercato secondario del 5,7% di Enel realizzata a febbraio per circa 2,1 miliardi di euro. Nel complesso i governi europei hanno raccolto circa 56 miliardi di euro nel 2014 e 34,9 nel 2015. Questi importi rappresentano rispettivamente il 36 e il 20% del totale, ben al di sotto della media di lungo periodo delle privatizzazioni europee. Numeri ancora piccoli rispetto a quelli realizzati nel resto del mondo. Qui dopo Pechino seguono, ma a distanza, India, Usa, Arabia Saudita e Malaysia.
La vendita al pubblico di azioni è lo strumento più utilizzato e ha riguardato oltre il 90% delle operazioni in entrambi gli anni. Tra le altre procedure figurano aste, vendita di asset e riacquisto di azioni. «Le privatizzazioni più riuscite – spiega Carpinella – sono quelle studiate con i tempi dell’economia e non della politica. È inoltre necessario evitare che i passi avanti compiuti con l’apertura del capitale di un’azienda pubblica vengano accompagnati da un passo indietro sulle liberalizzazioni».
La febbre da privatizzazioni è proseguita anche negli ultimi mesi di quest’anno. «Secondo le nostre stime – conclude Wiliam Megginson, docente di finanza all’Università dell’Oklahoma e curatore del Barometro – la nuova ondata porterà a entrate pari a 320 miliardi di dollari a fine 2015, il livello più alto di sempre».

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