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Privatizzazioni, Fincantieri va in Borsa

MILANO — La Fincantieri andrà in Borsa con una quota di minoranza, ma vicina al 50 per cento, e un aumento di capitale fino a 600 milioni di euro. La decisione è stata presa poco prima di Pasqua. Il gruppo, tra i big mondiali nella costruzione di navi (20 mila dipendenti, 3,8 miliardi di ricavi), per ora non ha emesso comunicati. L’iter è però formalmente avviato perché il 16 aprile Vincenzo Petrone, presidente del gruppo cantieristico posseduto dallo Stato attraverso Cassa depositi e prestiti (Cdp), ha firmato una convocazione di assemblea ordinaria e straordinaria pubblicata poi sulla Gazzetta ufficiale di sabato 19. Passaggio obbligato: ciò che residua dal 99,36 per cento in mano pubblica è infatti suddiviso tra alcune decine di piccolissimi soci italiani più Citibank.
L’ordine del giorno delinea l’ossatura dell’operazione di sbarco in Piazza Affari, una delle Ipo (offerte pubbliche iniziali) più attese anche perché se ne parla da anni e già con il governo Prodi del 2007 sembrava cosa fatta. «Cercheremo di muoverci il più velocemente possibile» — aveva detto a fine marzo l’amministratore delegato di Cdp, Giovanni Gorno Tempini — «oggi ci sono condizioni favorevoli sul mercato e abbiamo ricevuto manifestazioni importanti». Sembrava una delle tante dichiarazioni di intenti che si sono succedute negli anni.
E invece ora l’assemblea è fissata alla sede di Trieste per il 5 maggio e la prima delibera è la «domanda di ammissione delle azioni della società a quotazione sul Mercato telematico azionario organizzato e gestito da Borsa italiana spa». Il punto successivo è la modalità del collocamento (il testo di delibera zoppica un po’, forse per la fretta): «Aumento del capitale sociale per un importo massimo fino a euro 600.000.000, in via scindibile e a pagamento, con esclusione del diritto di opzione (…) a servizio dell’offerta pubblica di sottoscrizione relativa all’operazione di quotazione delle azioni della Società…». Anche lo statuto sarà rivisto per adeguarlo alle disposizioni sulle società quotate.
Queste sono le operazioni che devono necessariamente essere approvate dalla prossima assemblea ma il collocamento potrebbe essere più strutturato. Se fosse come prospettato dall’assemblea, infatti, non ci sarebbe alcun introito diretto per le casse dello Stato che vedrebbe sì valorizzata una sua azienda ma a fronte di una netta diluizione seppure senza perdita del controllo (il capitale ammonta a 633 milioni a fronte dei 600 di aumento pro Borsa). Bisognerà vedere, dunque, se l’offerta di sottoscrizione sarà affiancata da un’offerta di vendita delle quote Fincantieri in mano a Cdp (tramite la controllata Fintecna) e se si combinerà l’esigenza di far cassa con quella di mantenere il controllo del gruppo. La «scindibilità» dell’aumento, ovvero la facoltà di suddividerlo in tranche, garantisce una certa elasticità di manovra.
Fincantieri, guidata dall’amministratore delegato Giuseppe Bono, ha 21 stabilimenti in 3 continenti, è leader mondiale nella costruzione di navi da crociera ed è tra i principali operatori nelle navi militari, cruise-ferry e megayacht. Nel 2013 ha acquisito ordini per 5 miliardi portando a 12,9 miliardi il portafoglio ordini. Il gruppo ha chiuso il 2013 con un margine lordo (ebitda) di 298 milioni e un utile netto di 85.
L’anno scorso con il perfezionamento dell’acquisizione di Vard, quotata a Singapore, Fincantieri è diventata il quarto costruttore navale al mondo dopo i primi tre, tutti coreani.

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