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Private equity, una chance per le Pmi

di Rosalba Reggio

Il fondo che entra nel capitale di una Pmi con una quota minoritaria, avendo un obiettivo temporale di medio termine e puntando allo sviluppo ottiene buoni risultati finanziari e dà un'opportunità all'impresa. Sembra questo il risultato di una ricerca di Kpmg per Aifi, sulle performance del private equity e del venture capital. Per questi, infatti, nel 2010 si sono raggiunti risultati più che positivi (si vedano le tabelle di fianco), proprio negli interventi su imprese tra i 25 e i 125 milioni di euro di fatturato. Valutando poi il tempo di permanenza dei fondi nelle imprese, si scopre che le performance positive si registrano solo nelle fasce temporali 4-5 anni e 5-7 anni. Netto anche il risultato relativo alla misura dell'ingresso: paga soltanto entrare in un'azienda rilevando una quota compresa tra il 5 e il 50 per cento dell'azionariato o, infine, entrando con obiettivi di crescita e replacement e non di managing by out o by in. Insomma, esiste un virtuoso punto di incontro tra le esigenze delle Pmi e quelle dei fondi di investimento.

D'altronde, come spiega Ambra Redaelli, vicepresidente di Confindustria Lombardia con delega per il credito e presidente del Comitato Piccola, «senza patrimonializzazione non c'è nessuna crescita. Mi sembra però che il tema sia uscito dall'agenda di molti imprenditori mentre dovrebbe essere, per tutti, al primo posto». E sì che se ne era parlato tanto prima della crisi. Con la Tremonti Ter, infatti, chi metteva soldi nella propria impresa godeva di una riduzione dell'Ires. Ancora prima, un grosso intervento era arrivato dalla rivalutazione degli immobili: chi, in sostanza, li aveva a bilancio a un valore storico, poteva rivalutarli e il maggior valore andava nel patrimonio.

«La crisi economica ha però messo in secondo piano un tema che è invece fondamentale – spiega Redaelli –. Le difficoltà non sono alle spalle, i dati di maggio lo confermano, e se le aziende non lavorano sul patrimonio non saranno in grado di andare all'estero, di crescere, di sopravvivere».

Una conferma indiretta arriva dai dati della società Npv Capital Partners, che ha analizzato i bilanci di più di 56mila imprese, evidenziando un forte squilibrio tra il debito e il patrimonio delle aziende italiane. Se il punto di equilibrio è infatti fissato a due (debito pari a due volte il patrimonio), la media italiana si attesta sopra il quattro.

«Le imprese sono spesso soffocate dal debito – spiega Andrea Barbiani, partner di Npv Capital Partner –. Questo compromette la crescita di attività sane, con buoni fondamentali, ma frenate da un rapporto squilibrato con le banche. Il ruolo del private equity diventa fondamentale proprio in questi casi. Il fondo rileva il debito dando ossigeno alla società, ma entra con una quota di minoranza per far lavorare l'imprenditore. Il nostro fondo è in fase di raccolta e punta a raggiungere l'obiettivo di 100 milioni di euro. A settembre dovrebbero partire le prime operazioni. Le aziende che entrano nel nostro cono di interesse sono quelle che salvaguardano il capitale umano, che hanno una produzione, un bel prodotto con un alto valore aggiunto. E che vogliano crescere sui mercati mondiali. In Cina, per esempio, abbiamo una società che si occupa dello sviluppo commerciale delle nostre imprese nel Paese».

Ma se il consolidamento del patrimonio è considerato un'esigenza ineludibile per le imprese, perché le banche stanno rinunciando a presentare nuovi prodotti per le linee di patrimonializzazione? «Una domanda a cui non so dare risposta – conclude Redaelli –. Al riequilibrio tra debito/patrimonio non c'è alternativa. Le strade, però, possono essere diverse. L'intervento di un private equity che non abbia finalità speculative può essere una. Un'altra opportunità è data dalla fusione tra imprese: i benefici delle reti, infatti, non sono in grado di compensare i danni legati alla debolezza patrimoniale. Le banche inoltre finanziano le imprese che mettono nuovi capitali nel proprio patrimonio. Un altro aiuto, poi, potrebbe arrivare da nuovi sgravi fiscali per chi investe, che vincolino la destinazione del beneficio fiscale nel patrimonio dell'impresa».

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