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Private equity, riparte la raccolta Aifi: investitori esteri più selettivi

La pandemia allontana l’Italia (temporaneamente) dagli investitori internazionali e accentua, nonostante i primi segnale di ripartenza della raccolta, il gap con Francia, Germania e Spagna. Queste le indicazioni Aifi, che insieme a Pwc Italia ha presentato i dati del mercato italiano del private equity e del venture capital nel 2020, disegnando un quadro che conferma in parte i segnali lanciati ieri dal forum sul mercato m&a organizzato dal Sole 24 Ore. La raccolta resta in crescita – a 2,612 miliardi, +64% dopo il disastro del 2019 – ma è ancora distante dai traguardi di 2017 e 2018 e soprattutto è più «provinciale» a causa di un approccio più selettivo degli investitori esteri (le masse si sono ridotte di quasi un terzo). Le scelte di investimento, poi, restano focalizzate su early stage o buyout (ma va sottolineato il grande apporto delle infrastrutture). «Nell’anno della pandemia il mercato ha tenuto – spiega il presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta -: la raccolta è cresciuta anche grazie al maggiore apporto dei privati. Il rovescio della medaglia è però un crollo dell’expansion, attività che più servirebbe in questo momento per il supporto alle imprese. Occorre infine investire sui fondi di turnaround che potrebbero permettere a molte aziende di non chiudere ma, anzi, di ripartire con una nuova governance e nuovi obiettivi. Le imprese – ha aggiunto – avranno bisogno di capitali per la ripresa. Per le piccole credo servano sussidi a fondo perduto da parte dello Stato, mentre per le altre è necessaria un’attività di sostegno che comprenda sistemi di credito o di azionariato garantiti dallo Stato». Cipolletta pensa a «un fondo di fondi per favorire la sinergia tra privato e pubblico», da «4-6 miliardi di euro», in grado di investire in operatori di private capital che, a loro volta potrebbero raccogliere le masse di risparmio privato accumulate in particolare l’anno scorso.

Nel dettaglio, secondo i dati di Aifi, nel 2020 l’ammontare totale impiegato nel private equity e nel venture capital italiano è sceso del 9% a 6,597 miliardi (7,223 nel 2019). La raccolta, come detto, si è fermata a 2,6 miliardi, distante dai 3,6 del 2018 e dai 6,2 del 2017. La sola raccolta sul mercato, escludendo cioè quella della «casa madre» dei gestori, ha superato di poco i 2 miliardi (+32% su 2019), dato definito deludente da Aifi se confrontato con altri mercati europei. Sul fronte della raccolta a sorprendere è come detto il ridimensionamento dei capitali esteri: solo il 10% degli impegni di investimento è arrivato da fuori Italia a fronte del 27-28% degli ultimi anni. «Nell’anno della pandemia – ha detto la dg di Aifi, Anna Gervasoni – siamo stati poco attrattivi per i fondi esteri; è un fenomeno che non vedevamo da tempo, legato a nche a ragioni logistiche. Non credo ci sia stata una sfiducia nei confronti dell’Italia come dimostra la buona presenza internazionale negli investimenti diretti».

Il fundraising ha visto una forte risposta di investitori individuali e family office (28% del totale) e delle assicurazioni (27%). Quanto agli investimenti, nel 2020 si sono concluse 471 operazioni (370 nel 2019) per 6,6 miliardi, -9% sul 2019: la componente più rilevante resta il buyout (4,37 miliardi) ma crescono infrastrutture (+159% a 1,3 miliardi) e venture capital(+40% a 378 milioni. Al palo, infine, i disinvestimenti (81), per un controvalore di 1,594 miliardi (-28%).

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