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Private equity «Pronti a sostenere il Tesoro». Nel 2011 le quotate sono scese da 272 a 263.

Al netto di quelle due poltrone svizzere — è presidente di Ubs Italia sim e, da fine aprile, anche di Ubs Fiduciaria — l’economista Innocenzo Cipolletta è considerato ancora un uomo d’industria. È stato presidente di Ferrovie dello Stato, Sole 24 Ore, Marzotto e direttore generale di Confindustria. È presidente dell’Università di Trento. Poca finanza, insomma. Saprà far dimenticare il termine «locuste», per anni incollato con il mastice agli uomini del private equity, gli investitori privati che entrano nelle imprese allo scopo di uscirne e guadagnarci? Si vedrà. Di certo, si ritiene abbia il profilo adatto per guidare il neocapitalismo italiano pubblico-privato, in cerca di redenzione dalle speculazioni del passato. Difatti non lavorerà da solo, ma in asse con lo Stato.
La lista
Il 10 maggio Cipolletta è stato designato alla presidenza dell’Aifi, l’associazione italiana che riunisce 118 fondi di private equity e venture capital, dal consiglio direttivo uscente: all’unanimità e su indicazione dei cacciatori di teste. Se l’assemblea di martedì 29 maggio lo confermerà, siederà dunque al posto dell’uscente banchiere Giampio Bracchi, vicepresidente di Intesa Sanpaolo (che passa alla Commissione di garanzia).
La differenza è che, con ogni probabilità, lui avrà in consiglio Gabriele Cappellini e Alessandro Mulas, cioè l’amministratore delegato del Fondo italiano d’investimento Fii e il rappresentante del Fondo strategico Fsi: i due pesi massimi del Tesoro nella partita della crescita, presenti nella lista (unica) dei 14 candidati per il nuovo consiglio direttivo.
Se il 29, com’è probabile, la lista è votata in blocco, saranno anche altre le novità per Cipolletta. Non avrà in squadra né il gruppo Benetton con la 21 Investimenti (Stefano Tanzi), né la Permira che firmò l’acquisizione a superdebito di Valentino (Nicola Volpi): escono per fine mandato. Avrà invece al fianco Marco De Benedetti con Carlyle e Roberto Italia con la Cinven di Avio, riconfermati. In più, avrà in consiglio (con Alessandro Grimaldi) il potente fondo Clessidra di Claudio Sposito, prima lontano dall’Aifi e ora interessato a lavorare con Fii (che come fondo di fondi ha già girato oltre 250 milioni ai «colleghi» privati). Tutt’intorno, i piccoli e gli specializzati nelle Pmi, con ingressi come l’Innogest di Blog Tv (Claudio Giuliano) e la Wise (Paolo Gambarini) di Stroili Oro, ex socio di Cir nelle cliniche Anni Azzurri.
La spinta istituzionale
Il fondo Fii investe soldi, anche pubblici, nelle piccole e medie imprese. Ha chiuso 20 operazioni (come Rigoni di Asiago) e conta di arrivare a 22-23 entro fine mese, con acquisizioni nella meccanica e nella tecnologia ospedaliera. Fsi fa lo stesso mestiere nelle grandi aziende e vorrebbe comperarsi una fetta di Avio, oggi in capo a Cinven e Finmeccanica. Il loro ingresso nel consiglio direttivo di Aifi segna il debutto dello Stato fra i capitalisti privati ed è in linea con l’assist istituzionale dato al private equity in Italia, la settimana scorsa, dal duo Vegas-Lagarde, cioè dalla Consob e dal Fondo monetario. Un mezzo miracolo per gli stessi operatori.
«Lo sviluppo dei veicoli d’investimento come i fondi di private equity potrebbe costituire un ulteriore mezzo per ampliare il mercato delle partecipazioni azionarie», ha detto Vegas il 14 maggio nella Relazione sull’anno 2011, sottolineando come «la questione principale è avvicinare le imprese di media dimensione ai mercati finanziari» e «non sono sufficientemente sviluppati i fondi specializzati nelle small cap». Al punto 9 della sua «Agenda per rivitalizzare la crescita in Italia» presentata il 16 maggio da Mario Monti l’Fmi invece scrive: «Aiutare la crescita delle piccole e medie imprese faciliterebbe il passaggio di risorse a nuove aree di crescita. Sviluppare venture capital e private equity espanderebbe la disponibilità di capitali».
È dunque nelle Pmi poco sostenute dalle banche che si invitano gli uomini del private equity, già presenti in 1.136 aziende italiane con 20 miliardi investiti, «sparino» i loro 7,6 miliardi di euro di «dry powder», la liquidità. «Possiamo giocare un ruolo fondamentale in questo Paese», dice Roberto Italia di Cinven, fondo apprezzato in Avio persino dai sindacati. L’approccio, in generale, sarà però diverso dal passato: zero speculazione. Anche perché non c’è scelta: su multipli e debito non si può più scommettere.
«Da questa crisi il private equity è uscito con un approccio più industriale — dice Anna Gervasoni, direttore generale Aifi — Oggi si lavora sulla reale creazione di valore nell’impresa, perché è l’unica cosa che genera soldi». E Gambarini di Wise: «Fare operazioni di sviluppo industriale oggi premia di più. C’è bisogno di rafforzare le imprese e il private equity può aiutare. Forse, si è un po’ pulito». Il problema resta Piazza Affari: finché nessuno si quota, il private equity è al palo. Cappellini vuole «una Borsa che funzioni». Cipolletta la vorrà.

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