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Private equity o factoring: ecco l’alternativa ai crediti bancari

Le richieste di finanziamento respinte dagli istituti di credito non rappresentano più un’eccezione per le piccole e medie imprese italiane in tempi di crisi. Ma è pur vero che negli ultimi tempi sono aumentate le strade alternative, che possono essere percorse per migliorare il capitale circolante o affrontare emergenze di breve periodo. Così, la carta vincente per non restare schiacciati dal credit crunch è conoscere a fondo gli strumenti disponibili, in modo da orientarsi verso quello più adatto per tipologia di azienda e situazione contingente. Un modo di procedere che potrebbe mettere pressione agli stessi istituti di credito, che in Italia continuano a erogare il 70% di tutti i finanziamenti alle imprese, contro il 45% della Germania e il 40% della Francia.

Colpite soprattutto le Pmi. Marco Giorgino, docente di Finanza al Mip Politecnico Milano, sottolinea che il problema della stretta creditizia si sta avvertendo in tutta Europa, ma in Italia assume accenti particolari per la struttura finanziaria delle aziende, prevalentemente pmi. «Il livello di capitalizzazione delle nostre piccole e medie imprese è inferiore a quello di molti dei loro competitors internazionali, mentre è maggiore l’indebitamento bancario, che si è fatto sempre più difficile». Inoltre, se durante le fasi di crescita la leva finanziaria spesso è vista in chiave positiva (come volontà di sviluppo dell’azienda), lo stesso non vale durante periodi di congiuntura negativa. Da qui la necessità di rivedere le scelte di struttura finanziaria operate da anni. «Nel primo decennio del nuovo secolo, oltre il 90% degli utili è stato distribuito come dividendi. E gli aumenti di capitale sono stati assolutamente insufficienti a recuperare le risorse destinate all’esterno dell’azienda, cosa che ha indebolito finanziariamente le imprese», precisa Giorgino. «Quindi il recupero di competitività e marginalità da parte delle aziende non può che passare anche attraverso interventi importanti di ricapitalizzazione». La strada dell’equity è, quindi, fondamentale per ridurre la dipendenza del mondo del credito, anche se non tutte le imprese (soprattutto quelle a gestione familiare) hanno la forza per agire da sole.

Fondi private pronti all’ingresso. Una prima strada percorribile arriva dai fondi di private equity, che puntano proprio a rafforzare il capitale delle aziende nelle quali entrano. A dispetto della congiuntura negativa, nel 2012 i soggetti operanti in Italia hanno aumentato la raccolta del 29% rispetto al 2011, raggiungendo i 1.355 milioni di euro, secondo quanto rilevato dall’Aifi (Associazione italiana del private equity e del venture capital). Un riscontro positivo è arrivato anche dagli investimenti (+7%), con un forte interesse per le aziende attive nel settore tecnologico (139 investimenti), mentre il comparto che ha attratto le maggiori risorse è stato il medicale, con 353 milioni di euro per 28 operazioni di investimento. Male, invece, i volumi, risultati in flessione (-10%) a 3.230 milioni di euro, il che sta a significare che il mercato va posizionandosi sempre più su operazioni di taglia medio-piccola per ridurre i rischi. Al 31 dicembre 2012, le risorse disponibili per investimenti ammontavano a 6,3 miliardi di euro, una cifra enorme, che potrebbe essere utilizzata per rilanciare numerose pmi italiane.

Anche se l’esperienza passata dimostra come non sempre sia facile l’intesa tra imprenditore e investitore finanziario, considerato che il primo ha plasmato nel tempo le proprie strategie alla luce dell’esperienza maturata sul campo, mentre il secondo tende a seguire approcci e sistemi di valutazione secondo standard internazionali. Ad avvicinare le due parti contribuisce la tendenza crescente negli ultimi tempi da parte dei fondi ad accettare una partecipazione di minoranza nelle aziende, rassicurando così l’imprenditore sul mantenimento di un rilevante potere di controllo. «L’ingresso dei fondi private equity nel capitale delle pmi non è facile, ma oggi costituisce una delle poche soluzioni al problema del razionamento del credito da parte del sistema bancario», commenta Giorgino. Che avverte però sull’importanza, per l’imprenditore, di non concepire l’operazione solo in chiave finanziaria, ma anche come occasione per acquisire competenze e metodologie di lavoro efficaci per affrontare sfide come l’internazionalizzazione, l’innovazione e il recupero di competitività». Così, per far funzionare il rapporto è consigliabile chiarire da subito i punti essenziali, vale a dire i meccanismi decisionali, le strategie di crescita e le prospettive di uscita del fondo dal capitale.

Italia avanti nel factoring. Ben più diffuso nella Penisola è il factoring, contratto attraverso il quale l’azienda cliente cede a una società specializzata (denominata factor) i propri crediti esistenti o futuri (lo sono, per fare un esempio, i contratti ancora da stipulare).

La cessione può avvenire in due forme: pro soluto, in cui il rischio d’insolvenza del debitore è trasferito alla società di factoring, o pro solvendo (cioè salvo buon fine), in cui il soggetto che cede il credito rimane coinvolto in caso di mancato incasso da parte del factor. Ovviamente si tratta di un servizio retribuito, che nel caso di anticipi sui crediti è legato anche a interessi che variano in base alle condizioni di mercato. Secondo il censimento di Assifact (l’associazione di settore) lo scorso anno il factoring ha sviluppato un turnover di 175 miliardi di euro, segnando una crescita del 3,82%, che ha portato il comparto all’11,2% del prodotto interno lordo, contro una media europea del 9,36%. Una crescita avvenuta senza incremento delle tensioni finanziarie, considerato che al 31 dicembre scorso la quota di sofferenze era pari al 2,16%, contro il 6% del settore bancario. Claudia Segre, segretario generale Assiom Forex (l’associazione degli operatori dei mercati, che il 24 maggio organizzerà a Rimini il suo terzo convegno annuale), vede ulteriori spazi di crescita per questo strumento. «Dietro la cessione di crediti vi è quasi sempre una forma di finanziamento che si concretizza in un’anticipazione sui crediti gestiti», spiega, rilevando nel segmento della garanzia pro soluto una forte presenza di crediti relativi a enti pubblici e legati alla pubblica amministrazione. Circa il 30% dei crediti ceduti, «sui quali le recenti misure governative dovrebbero sbloccare una situazione incagliata da anni».

Su web si incontrano domanda-offerta. Il boom del segmento social coinvolge anche il mondo dei prestiti. Nato in Gran Bretagna nel 2005 e diffusosi durante il picco della crisi finanziaria, il social sta assumendo una certa rilevanza anche nel nostro Paese. In sostanza si tratta di prestiti tra privati, con la domanda e l’offerta che si incontrano sul Web, attraverso piattaforme dedicate. Come Smartika, che nei giorni scorsi ha comunicato i dati relativi al primo anno di attività (conclusosi a marzo), con 450 prestiti sottoscritti per un valore di 2,75 milioni di euro.

Su Smartika.it il prestatore può offrire in prestito da 100 a 50 mila euro e l’importo offerto è frazionato su 50 diversi richiedenti per minimizzare il rischio. Chi presta sceglie le tipologie, basate sul merito creditizio, di richiedenti a cui prestare, decide il tasso a cui offrire e lo aggiusta in base all’andamento della domanda e dell’offerta. I richiedenti ammessi vengono selezionati da Smartika attraverso una serie di griglie di accettazione basate sul loro merito creditizio, rilevato attraverso l’interrogazione di apposite banche dati, e ulteriormente vagliati sulla base della documentazione fornita (in media solo sette richieste su cento si concludono con l’erogazione del prestito). Nel primo anno di attività il tasso medio lordo, dopo le commissioni, ottenuto dai prestatori è pari al 6,5%.

Il richiedente, invece, può ottenere prestiti da mille a 15 mila euro, rimborsabili in 24, 36 e 48 mesi, con un Taeg che arriva al 5,5% per i profili migliori, mentre la media è intorno al 9,2%.

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