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«Il private equity in difesa delle 1.200 imprese in Italia»

In una economia quasi di guerra nessuno si fa illusioni. E anche i dati riferiti al 2019 benché in calo rispetto ad anni record passati, oggi sono un miraggio lontano. «Questa crisi provocherà una caduta del Pil italiano vicina o superiore al 5 per cento. Percentuali che non abbiamo mai visto in vita nostra». L’amara constatazione è di Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aifi, l’associazione degli operatori del private equity e del venture capital che ieri ha presentato i dati del 2019. Una emergenza, quella creata dalla diffusione del coronavirus, che non ha precedenti nella storia recente e non paragonabile alla crisi finanziaria del 2008 sia per intensità, sia per meccanismi di trasmissione.

In questo momento, tutti sono impegnati a mettere le aziende in sicurezza e prepararle al “rimbalzo” atteso nel 2021. Una mano arriva dai fondi di private equity, che in Italia hanno in portafoglio circa 1200 imprese e che in questi giorni si stanno focalizzando sulle necessità delle aziende in cui hanno investito per cercare di evitare loro crisi di liquidità. «Lavoriamo sulla liquidità e sulla tesoreria approfittando anche dei finanziamenti che il Governo ha messo in atto – ha aggiunto Cipolletta -. In questa situazione ci troviamo ad affrontare non operazioni di crescita, ma strategie di difesa».

Ad aiutare al sostegno della liquidità delle aziende c’è la raccolta del private equity in Europa stimata in 2.300 miliardi di euro nel 2019; fondi si auspica disponibili a sostenere le imprese quando ci sarà la ripresa, ha detto Francesco Giordano partner di Pwc-Deals che insieme ad Aifi ha elaborato i dati 2019. Più difficile, almeno in Italia, immaginare che in questa fase i fondi possano approfittare del ribasso dei prezzi di mercato per puntare al controllo di nuove aziende: «La situazione attuale potrebbe suscitare degli interessi – ha commentato Cipolletta – ma in Italia la gran parte delle aziende ha azionisti di controllo che non troverebbero conveniente vendere in questa fase».

Guardando ai dati del private equity e venture capital del 2019, si riscontra una contrazione degli investimenti e della raccolta a causa del confronto con l’anno precedente che è stato da record: l’ammontare investito si è attestato a 7,2 miliardi di euro, in diminuzione del 26% rispetto all’anno precedente (9,8 miliardi di euro) mentre la raccolta è scesa del 54% a 1,6 miliardi di euro (73% da operatori domestici) rispetto ai 3,4 miliardi del 2018. In particolare sul lato degli investimenti l’ammontare rimane comunque il terzo valore più alto registrato in Italia: escludendo dalle analisi le infrastrutture, protagoniste nel 2018, il dato del 2019 (6,7 miliardi di euro) risulta in linea con l’anno precedente (6,7 miliardi di euro). Una cifra che sale a 10 miliardi di euro se si considerano non solo gli operatori censiti, ma anche soggetti diversi di differente natura. In crescita del 3% a 370 il numero delle operazioni portate a termine mentre per quanto riguarda i disinvestimenti, si è assistito a 132 operazioni, in linea con l’anno precedente, per un ammontare di 2,21 miliardi (-21%). Tra i settori su cui si sono concentrati gli investitori, l’ITC, i beni e servizi per l’industria e il medicale. Soprattutto su quest’ultimo dopo la crisi del coronavirus, Aifi prevede che diventerà cruciale quando si tratterà di dovere affrontare il tema degli investimenti nel settore sanitario.

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