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Private equity, 5 miliardi sull’onda del Fintech

La tecnologia per la finanza e la finanza per la tecnologia. Se venga prima l’uovo o la gallina oggi ha poca importanza: il mondo della finanza sta cambiando velocemente tra Fintech, Insurtech e Regtech al punto che nel mondo il 45% degli istituti finanziari ha già attivato partership con le Fintech, una percentuale destinata ad aumentare all’82% nei prossimi 3-4 anni. Anche la tecnologia ha bisogno della finanza per crescere come dimostrano Usa, Gran Bretagna e Cina ai primi posti per investimenti nelle nuove tecnologie.
In Italia ci sono ancora ampi margini per crescere: mentre il 41% degli istituti finanziari si sta adeguando agli standard internazionale, al contrario la ricerca è ancora lontana da sfruttare la leva finanziaria collocandosi soltanto al 27mo posto a livello internazionale per la spesa in investimenti e ricerca: «Bisogna trovare un sistema affinché il risparmio vada a finanziare le imprese», ha detto Innocenzo Cipolletta al convegno annuale di Aifi (Associazione italiana del private equity e venture capital), dal momento che a fatica arriveranno risorse dalla spesa pubblico.
In Italia fondi pensione e casse hanno 230 miliardi in gestione, ma solo lo 0,7% (1,6 miliardi) è stato investito in private capital negli ultimi cinque anni. Lo stesso dicasi per il Private banking dove l’investimento in prodotti alternativi come il private capital in Italia rappresenta lo 0,2%, contro lo 0,9% in Europa e il 3,4% negli Usa: «L’Italia ha bisogno di capitali per crescere e uscire dalla recessione e per potere compere con le principali potenze europee», ha aggiunto Cipoletta. Se il Fintech è una rivoluzione, «la tecnologia per la finanza è vicina alle esigenze di trasformazione delle imprese, perché il Fintech modifica il sistema della finanza e crea nuovi modelli», ha detto Carlo Ferro vicepresidente di Assolombarda, sottolineando l’opportunità di «promuovere l’innovazione digitale». Senza dimenticare che in questo contesto «le sfide da cogliere sono soprattutto la protezione dei dati, del denaro dei clienti e quindi della sicurezza», ha aggiunto il presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro. Ecco perché gli investimenti in capitale di rischio possono arrivare che dal private equity: «Le startup, soprattutto tecnologiche, sono rischiose per definizione – ha detto Salvatore Rossi, direttore generale di Banca d’Italia -. Per questo il private equity è più adatto a soddisfare le esigenze del settore, mentre le banche, che devono essere avverse al rischio, sono meno adatte a finanziare».
Se il private equity e il venture capital possono aiutare in questa trasformazione, i numeri dell’Italia restano lontani dal confronto europeo benché stiano migliorando: nel 2017, secondo i dati Aifi, la raccolta è stata pari a 5,030 miliardi con una crescita del 283% rispetto al 2016, un risultato dovuto al closing dei fondi istituzionali come Cdp quity, F2i, Fondo Italiano di Investimento, Invitalia Ventures e QuattroR, mentre la raccolta privata ha subìto un calo del 49% a 292 milioni di euro. «Il 2017 ha visto una crescita delle operazioni small medium e large, ovvero di quei deal che riguardano la tipica impresa italiana. Questo è un fattore positivo per il Paese perché denota investimenti nella crescita della nostra economia», ha detto Anna Gervasoni, direttore generale Aifi.
Crescono gli investimenti in early stage (start up) +28,5% e turnaround +68% mentre calano del 40,3% i buyout. In termini di numero di operazioni, nel private equity e venture capital sono calate del 3% a 311, mentre quelle nel private debt sono salite del 24% a 104. Salgono i disinvestimento pari a 3,752 miliardi, in crescita del 3%, con 202 dismissioni (+39%) e si consolidano gli investimenti del private debt con tassi di crescita del 29 per cento.

Mara Monti

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