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Private debt, più investimenti ma raccolta in calo nel 2019

Il private debt come strumento per aiutare le imprese quando si tratterà di affrontare la fase di uscita dall’emergenza economica, strumento da utilizzare per quei settori che in questo periodo stanno soffrendo più di altri il blocco della produzione da quello industriale, all’abbigliamento, al commercio, alla ristorazione. La sollecitazione arriva da Aifi , l’associazione dei fondi di private equity, venture capital secondo cui in questa fase “drammatica” al fine di affiancare i provvedimenti del governo c’è bisogno di uno strumento che garantisca le imprese anche nel lungo periodo e non solo nel breve periodo.

«Credo sia importante, accanto ai provvedimenti già presi dal governo, che ci sia un provvedimento che dia garanzie a tutto il sistema bancario per fornire prestiti a tassi molto bassi alle imprese in questa fase di emergenza – sostiene il presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta, parlando in occasione della presentazione dei dati 2019 sul private debt. In questo momento drammatico «diventa essenziale mantenere in vita le imprese» affinché, al termine dell’emergenza, ci possa essere «un rimbalzo produttivo». Trovandoci di fronte a «un fenomeno extra economico, il rimbalzo successivo potrebbe anche essere abbastanza forte, pur se con una certa gradualità. Alla fine dell’anno potremmo aver recuperato i livelli dell’anno scorso», ha aggiunto Cipolletta.

Il settore del private debt ha munizioni importanti per le imprese: a livello europeo lo scorso anno la raccolta ha raggiunto 32 miliardi di euro con una crescita del 25% rispetto all’anno precedente e un aumento dell’11% delle operazioni, ha osservato Antonio Solinas, ad financial advisory di Deloitte Italia «risorse che potranno dare una spinta importante alla crescita delle aziende», ha sottolineato.

In Italia il settore del private debt è meno vivace: lo scorso anno la raccolta è scesa a 385 milioni di euro rispetto ai 508 milioni dell’anno precedente (-24%), mentre gli investimenti sono saliti a 1,3 miliardi, in crescita del 28% annuo, secondo i dati Aifi e Deloitte. La crescita degli investimenti è «un segnale positivo, ma il mercato è ancora troppo piccolo in particolare la raccolta fatta da soli 5 fondi – ha messo in evidenza il direttore generale di Aifi, Anna Gervasoni -. C’è bisogno di una capacità di fuoco decisamente superiore e di un robusto segmento sulle operazioni medio-piccole che di solito vengono effettuate da operatori italiani», mentre, «gli investitori internazionali guardano alle operazioni di grandi dimensioni».

In generale, sul fronte degli investimenti, cresce a 252 il numero di sottoscrizioni (+75% annuo), con il 60% dell’ammontare investito da soggetti internazionali che hanno realizzato il 15% delle operazioni. Complessivamente, l’89% delle operazioni ha un taglio medio inferiore a 10 milioni di euro. La raccolta invece è quasi tutta domestica (80%) guidata da fondi istituzionali, seguiti dal settore pubblico e da gruppi industriali.

Secondo i dati, la metà delle operazioni di investimento ha riguardato sottoscrizioni di obbligazioni, il 48% finanziamenti e il 2% strumenti ibridi. Quattro anni e otto mesi è la durata media delle operazioni, mentre il tasso d’interesse medio è stato pari al 5 per cento. Il 33% degli investimenti riguarda attività di beni e servizi industriali, il 14% il manifatturiero-alimentare e il 9% il medicale. Il 60% degli investimenti ha riguardato imprese con meno di 50milioni di fatturato. Sul fronte dei rimborsi, nel corso del 2019 sono stati 238(+69% rispetto al 2018) per un ammontare pari a 315milioni di euro(+52%). Complessivamente, dal 2015 a oggi,sono stati effettuati 445 rimborsi (al netto delle piattaforme di lending)per 682 milioni di euro.

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