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Privacy contro sicurezza

Sicurezza contro privacy, 1 a 0. Oggi, alla Camera, nella partita tra tutela della privacy e allarme sicurezza, vince la sicurezza. Perché ottiene il definitivo via libera la norma che consente di conservare per sei anni i soli dati numerici del traffico telefonico, niente conversazioni, solo le chiamate, comprese quelle senza risposta, e i dati delle consultazioni su internet. «Un tempo indispensabile » dicono i magistrati. «Un inaccettabile sacrificio della privacy» ribattono negli uffici del Garante.
Due palazzi – Montecitorio e la sede dell’Authority – uno di fronte all’altro. Due posizioni opposte. Una polemica che si è trascinata per tutta l’estate. Due passaggi tra la Camera – il 20 luglio il via libera – e il Senato – sì il 10 ottobre – hanno reso la norma ormai immodificabile. Una vittoria per chi, toghe e polizia, la ritengono un passaggio fondamentale per cercare di ricostruire le reti mafiose e terroristiche. Una sconfitta per chi cita le regole di altri Paesi. Ma, come dice Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera e autore dell’emendamento che a luglio ha portato la durata della conservazione dei dati da 48 a 72 mesi, «il problema non è il tempo in più, ma le garanzie di conservazione, perché basta pagare in rete con la carta di credito ed essere subissati di messaggi, mentre la certezza, e in questo sono assolutamente d’accordo con il Garante Antonello Soro, deve essere quella di avere norme stringenti e sovranazionali per proteggere i dati». Due fronti, chi privilegia la sicurezza, chi contrappone la privacy, che rischiano di non comunicare. Anche se, come sottolinea Verini, «alla Camera quando abbiamo votato non si è alzato nessuno in aula per contestare la norma». Che, ricorda Verini, è scaturita da un input del ministero della Giustizia allertato dalla procura nazionale Antimafia. È il capo Franco Roberti che associa il suo all’appello del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Proprio Roma, con un documento interno dei pool antiterrorismo e antimafia, a luglio mette su carta l’allarme per il rischio che scada, senza essere prorogato in tempo, il decreto del 2015 che dopo l’attentato di Parigi ha portato da 2 a 4 anni la durata della conservazione dei dati. E qui, mentre si consolida il ruolo dell’Italia come terra di transito e di permanenza di cellule in sonno, si fissa la richiesta di protrarre per altri due anni la conservazione dei dati. Perché, come spiegano le toghe antimafia della procura di Roma, «innanzitutto stiamo parlando di reati di relazione da ricostruire nel tempo, eccezionali come quelli di mafia che certo in altri Paesi non hanno, e poi della possibilità, sfruttando i tabulati, che di per sé non sono una prova ma danno un indizio, di dimostrare che due persone si conoscono da molti anni».
Al Garante Soro che ripete «ma sei anni sono troppi», ribatte Eugenio Albamonte, più nelle vesti di componente del pool antiterrorismo della procura di Roma che di presidente dell’Anm: «Nel bilanciamento di interessi tra privacy e sicurezza per me deve prevalere la seconda perché non possiamo rinunciare a uno strumento che ci consente di ricostruire, a distanza di alcuni anni, attraverso telefonate e consultazioni web, il percorso di un potenziale terrorista. Certo, la questione è molto delicata, ma guardiamo ai risultati delle indagini che dimostrano come il nostro Paese sia stato un punto di passaggio per cellule dormienti». Albamonte insiste: «Attenzione, stiamo parlando solo di dati di traffico, non ci sono conversazioni registrate. Dico di più: serve subito una legge che detti alle compagnie telefoniche rigide regole di sicurezza per conservare i dati, vietandone qualsiasi uso distorto e imponendo sanzioni nel caso si scoprano violazioni».
Oggi Verini affronterà il caso in aula. Pronto a citare la frase che Roberti disse ad agosto a Repubblica: «Certo, sei anni sono un tempo lungo. Ma in questo Paese dobbiamo decidere se la lotta al terrorismo si vuol fare davvero oppure no». Aggiunge Verini: «Se sul piatto della bilancia c’è la possibilità di prevenire un attentato, il prezzo dei sei anni si può pagare, a patto che la garanzia di protezione dei dati sia sicura al cento per cento».

Liana Milella

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