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Privacy e sicurezza. Come gestire i dati nell’app «anti-virus»

Primo: non può essere un braccio di ferro fra diritto alla privacy e diritto alla salute. Secondo: la tecnologia può (provare ad) aiutare ad arginare Covid-19, ma deve far parte di una strategia con distanza sociale, tamponi, test sierologici e mascherine. Lo vanno ripetendo da settimane l’Oms, gli esperti di epidemiologia computazionale come Alessandro Vespignani e i ricercatori di università come Oxford. Il punto su cui vigilare senza distrarsi è il «come».

Mettiamo da parte gli esempi di Cina e anche Corea del Sud che in queste settimane abbiamo studiato alla ricerca di un modello. L’Italia, l’Europa intera, ha adesso la contezza necessaria per creare il suo modello, nel rispetto delle sue regole sulla privacy e dei suoi valori. L’esperto di Big Data e professore emerito di fisica del Politecnico di Torino Mario Rasetti si è detto preoccupato del fatto che il dibattito «ci spinga verso la mancata preoccupazione della tutela della riservatezza» con la stessa convinzione con cui ha spiegato «l’importanza di mettere insieme dati sui malati e abbinarli con dati di provenienza diversa per costruire algoritmi predittivi sull’andamento e la localizzazione dei contagi».

Il futuroL’app con cui (forse) lo faremo è solo la punta dell’iceberg. Il tappo del barattolo: dentro ci sono i dati. Dobbiamo capire come raccoglierli ed elaborarli. Ci sono governi, come quello francese, che se ne occupano anche in tempo di pace. Il ministero per l’Innovazione ha messo in piedi una task force «monstre» per capire come farlo in tempo di guerra (sanitaria). Non era prioritario nell’emergenza, ma utile lo è e lo diventerà in un «dopo» che non è solo un post lockdown o un post Covid-19. È un dopo che investe una quota di futuro più ampia. Occorre prepararsi, dicono gli esperti.

Come? Distinguendo fra l’uso di dati anonimi e aggregati e quello dei dati personali e in grado di identificare gli individui e i loro spostamenti. I primi sono già stati messi a disposizione dagli operatori di telecomunicazioni o da piattaforme come Facebook o Google: si continui a vigilare sul loro ruolo. Con un’applicazione ad hoc si possono invece raccogliere i dati dei singoli e dei loro incontri. Discorso diverso è quello dello sfruttamento di telecamere di sorveglianza o acquisti tramite Pos o carta di credito: vorrebbe dire attivare una sorveglianza da considerare nei termini della proporzionalità richiesta dal Garante per la privacy.

Come dev’essere l’app? L’adesione in Lombardia di più di mezzo milione di persone dice che si può provare a proporre il download volontario, anche se il 60% di adesioni fissato da Oxford rasenta l’utopia. Una funzione utile è quella dell’autodiagnosi, per dire alle persone come comportarsi nel caso in cui compaiano i sintomi. Chi contattare (nodo da sciogliere offline) e come, sfruttando l’app per stare in contatto con i medici. Quindi c’è il tema del tracciamento dei contatti: se sarà applicato dovrebbe essere relativo agli incroci fra le persone sfruttando tecnologie che «anonimizzino» e criptino i dati. Il Bluetooth pare favorito sul Gps, anche per l’iniziativa Pan-European Privacy Preserving Proximity Tracing e per Privacy International. Quando usciremo, l’app potrà salvare una lista di codici corrispondenti a chi abbiamo incontrato e che, in caso di successiva positività, andrà avvisato con la notifica.

I punti da chiarireRestano punti da chiarire: quanti dati vengono elaborati sul dispositivo e quanti, invece, vengono gestiti centralmente; dove i dati vengono conservati, in che forma e chi vi ha accesso. E soprattutto: per quanto tempo. E a quale fine scientifico preciso. Deve essere chiarito al cittadino cosa può condividere ed eliminare in autonomia e va adeguata la cyber-sicurezza. Oltre che ponderato il ruolo dell’app: cosa può decidere? Può imporre la quarantena? Può verificare che venga rispettata? Diventerà una «patente» per poter circolare? Come ha spiegato il project manager della berlinese AlgorithmWatch Fabio Chiusi, «i cittadini devono essere in grado di presentare ricorso contro qualsiasi decisione presa da un sistema automatizzato».

Poi c’è l’usabilità. Qualunque sarà la app, va pensata per tutti. I deboli, gli anziani che non possono farsi aiutare dai figli e dai nipoti, le persone con disabilità, quelle che vivono in aree con una scarsa connettività. Nessuno deve rimanere tagliato fuori e tutti devono avere il controllo delle loro informazioni. E delle loro vite. È per questo che stiamo lottando, in fondo.

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