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Privacy, la Ue detta le regole per tutti

Il 2016 sar à l’anno della privacy europea. Non che le regole che finora hanno disciplinato la riservatezza dei nostri dati personali non abbiano avuto una matrice comunitaria. Essendo, però, discese dalla direttiva 95/46, ogni Paese membro le ha poi declinate come meglio credeva. L’Italia le ha recepite nel 1996 con la legge 675 (quella che ha introdotto la cultura della privacy nel nostro Paese), poi riversate nel codice della riservatezza, il Dlgs 196/2003.
Regole che, così come quelle adottate nel resto dell’Unione, sono prossime alla pensione, perché la riforma della privacy in arrivo si compone di due provvedimenti: una direttiva, che interessa l’uso dei dati personali nell’ambito della sicurezza e delle attività di polizia e di giustizia e che avrà bisogno di essere recepita per diventare operativa nei vari Stati; un regolamento, che interesserà tutti i soggetti privati (persone fisiche e imprese) e parte di quelli pubblici e che sarà immediatamente applicabile. Non avrà, cioè, bisogno di alcun atto di recepimento, tranne un “interregno” di due anni concesso a ciascun Paese per adeguarsi alle nuove norme.
Questo vuol dire, in buona sostanza, che il codice della privacy italiano dovrà uscire di scena per far posto al regolamento. E così dovrà avvenire per le normative sulla riservatezza finora applicate nel resto dell’Unione. La strada scelta dalla Commissione europea nel 2012 – e prossima al traguardo con il voto definitivo del Parlamento europeo, che potrebbe arrivare a marzo, dopo un’articolata fase di confronto svoltasi negli ultimi due anni con il Consiglio Ue (si veda la scheda a fianco) – è quella di un provvedimento capace di garantire regole coerenti in tutta l’Unione, in grado di dare risposte uniformi alle nuove sfide, in particolare quelle imposte dalla tecnologia. L’utilizzo della Rete, il continuo sviluppo delle sue applicazioni, la globalizzazione dei dati e, dunque, il venir meno della nozione di territorialità, pretendono norme condivise, dall’Italia alla Francia, dal Portogallo alla Germania.
Il regolamento risponde a questa esigenza. Così come si presta meglio ad affrontare i problemi di circolazione dei dati posti dall’emergenza del terrorismo, per quanto questo sia un ambito in cui a dettare le regole – trattandosi di attività di intelligence – sarà anche la nuova direttiva.
L’Europa che si prepara a celebrare giovedì prossimo la giornata della privacy – appuntamento che si svolge a fine gennaio ormai da dieci anni – può, dunque, guardare a un imminente futuro costellato di importanti novità. Il regolamento contiene, infatti, una puntuale disciplina di ambiti finora rimasti ai margini delle normative nazionali sulla privacy. Per esempio, il diritto all’oblio, cioè a essere “dimenticati” da internet, riconosciuto dai giudici della Corte Ue nella primavera del 2014 con una sentenza che ha imposto a Google di rimuovere le informazioni personali vecchie e non aggiornate (e sempre che non abbiano un interesse pubblico). Oppure, il diritto alla portabilità dei dati: il regolamento riconosce la possibilità al cittadino di chiedere – per esempio a un’azienda – l’elenco delle informazioni personali che lo riguardano e di trasferire quei dati a un’altra impresa.
Altra novità in arrivo è la necessità per chi gestisce le informazioni personali di effettuare una valutazione dell’impatto che l’utilizzo dei dati può avere, in particolare quando si verificano condizioni che possono presentare un rischio significativo per i diritti e la libertà della persona.
Si prevede, inoltre, un potenziamento dell’informativa (la comunicazione che chi gestisce i dati personali deve fornire nel momento della raccolta delle informazioni), con la possibilità di rendere la procedura più familiare attraverso il ricorso a disegni, icone o altre forme grafiche.
C’è, poi, l’introduzione del Data protection officer (Dpo), un professionista che deve controllare e coordinare l’attività di quanti – all’interno di un’azienda o di un ufficio pubblico – utilizzano i dati personali. Si tratta di una figura già prevista da alcune legislazioni europee e che il regolamento estende a tutti i Paesi, imponendola alle pubbliche amministrazioni e a quelle imprese in cui il trattamento delle informazioni personali presenta profili di particolare rischio.
Infine, il regolamento ridisegna compiti e poteri delle Autorità nazionali, chiedendo – in linea con l’uniformità delle nuove regole – maggiore cooperazione.
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