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Privacy, il rigetto «blocca» il ricorso

La decisione del Garante della privacy di non luogo a provvedere, presa dopo che il titolare dei dati ha acconsentito a non usarli più e a cancellarli, non impedisce alle persone il cui diritto alla riservatezza è stato violato di chiedere il risarcimento dei danni al giudice ordinario. L’impossibilità di proporre azione di risarcimento davanti alla giustizia ordinaria scatta solo quando l’Authority rigetta il ricorso: in tal caso l’accesso diretto al tribunale è precluso e la via da percorrere è l’impugnazione del provvedimento del Garante. La Cassazione con la sentenza 19534, bacchetta il tribunale di merito per aver fatto confusione tra il provvedimento del Garante di non luogo a provvedere e quello di rigetto e le diverse conseguenze che questi comportano.
La vicenda riguardava il trattamento illecito dei dati personali da parte di un giornale che, nel riportare un caso di cronaca nera aveva reso identificabile la famiglia coinvolta, nella quale c’era una minore. L’editore e il giornalista, davanti al Garante, avevano aderito alla richiesta degli interessati di cancellare da tutti i siti i nomi e le indicazioni del rapporto di parentela di alcuni protagonisti dei fatti. Una decisione spontanea che aveva indotto l’Authority ad emettere un verdetto di non luogo a provvedere. Il ricorrente aveva chiesto allora al Tribunale ordinario di accertare l’illiceità del trattamento dei dati personali e di provvedere al risarcimento.
I giudici di merito avevano però considerato inammissibile la richiesta a cui era di ostacolo, a loro parere, la decisione di non luogo a provvedere del Garante. Una scelta non condivisibile.
I giudici della Suprema corte chiariscono che, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, solo il rigetto del ricorso taglia la strada alla giustizia ordinaria se prima non c’è stata un’impugnazione tempestiva del provvedimento di diniego. Nel caso esaminato però non c’era un rigetto del ricorso, per questo del tutto legittimamente i diretti interessati hanno chiesto il risarcimento per il trattamento dei dati che erano stati comunque diffusi prima di essere cancellati.
La domanda, che poteva essere presentata anche dopo i 30 giorni dalla comunicazione del Garante, era stata giustamente inoltrata alla giustizia ordinaria, l’unica “abilitata” a esprimersi sul risarcimento del danno: una decisione che non rientra tra le competenze dell’Authority.

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