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Priorità alle privatizzazioni locali

Il nome lo ha già: «game changer». È quell’evento straordinario, quell’annuncio inatteso, quella “spallata” capace di spezzare sul nascere quest’ennesimo avvitamento della crisi del debito sovrano europeo. L’Italia resta vulnerabile al rischio-contagio per colpa del debito/Pil al 120% e dello stock di titoli di Stato da 1.620 miliardi. Così prima la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda, ora la Spagna, la Francia e l’Olanda infieriscono sullo spread tra BTp e Bund. I rendimenti dei titoli di Stato italiani hanno ripreso a salire contagiati dai malesseri europei, indipendentemente dalla conquista del surplus primario e di un deficit/Pil saldamente sotto controllo in Italia. Così sui mercati non si perde la speranza di un game changer italiano annunciato prima dell’estate, l’operazione “taglia-debito”: «l’Italia è un Paese ricco, perché non azzerare tutte le aste a medio-lungo termine per un anno con alienazioni per 200 miliardi?»: è il sogno di tutti i traders in BTp.
Sul tavolo del Governo Monti il dossier delle privatizzazioni c’è. Dopo la riforma delle pensioni, la stretta sulla lotta all’evasione fiscale, il pareggio di bilancio alla portata, dopo l’avvio delle riforme strutturali su lavoro e fisco, dopo le semplificazioni e le liberalizzazioni, l’Esecutivo dei tecnici ha iniziato a esplorare diverse ipotesi di studio sulle dismissioni di asset immobiliari pubblici, sulle alienazioni delle aziende pubbliche e municipalizzate. La volontà di privatizzare c’è. Come dimostra la legge di stabilità 2012 che rilancia, allarga e rende più vincolanti tempi e modalità delle dismissioni delle aziende comunali nei servizi pubblici (trasporti, gestione dei rifiuti, ferrovie, autobus): per conservare le concessioni, queste aziende dovranno cedere una partecipazione non inferiore al 40% entro fine anno. Privatizzazioni queste, come quelle sollecitate dal Manifesto del Sole24Ore, che generano risorse per gli investimenti e vanno a sostegno della crescita. La materia prima non manca neanche sul fronte immobiliare: gli immobili dello Stato a uso governativo valgono almeno 65 miliardi, mentre quelli disponibili degli enti territoriali vanno dai 40 ai 60 miliardi. Gli asset con maggiore valore e facilmente alienabili, tuttavia, sono posseduti dagli enti territoriali mentre il debito pubblico che va tagliato è per oltre il 90% proveniente dalle amministrazioni pubbliche centrali. Un problema non da poco, di natura politica piuttosto che tecnico-finanziaria.
Nelle analisi sui costi e sui benefici delle operazioni taglia-debito, la voce dei costi spesso primeggia. Un’operazione da 50 miliardi allestita con privatizzazioni e dismissioni immobiliari (a tanto aveva mirato la Grecia, deludendo aspramente le attese) può essere vanificata da un peggioramento repentino dell’andamento dei conti pubblici. Costruire un game changer da 200-300 miliardi comporta insidie che i tecnici del Governo Monti valutano attentamente. La creazione di strutture faraoniche sul filo del rasoio, superholding che si tengono in bilico sulla linea sottile che divide il pubblico dal privato, tendono ad essere bocciate senza appello da Eurostat, l’ufficio statistico europeo che stando a fonti bene informate avrebbe già storto il naso sulle ultime cessioni “partite di giro” realizzate con Fintecna, solitamente a fine anno per aggiustare il bilancio.
Coinvolgere direttamente la Cdp (attivo da 274 miliardi, disponibilità liquide da 129 miliardi in base al bilancio 2011 approvato nei giorni scorsi) in un’operazione taglia-debito rischia di cadere nella tentazione di attingere al risparmio postale (la ricchezza dei cittadini italiani). I buoni postali, con uno stock presso la Cassa che ha superato i 218 miliardi, sono però garantiti dallo Stato e la liquidità extra generata dalla Cdp viene “parcheggiata” presso il conto corrente di Tesoreria: la tesi vuole che quando questa liquidità viene dirottata su altri impieghi, lo Stato deve reintegrarla con emissioni di BTp. La Cassa può essere un player importante nella partita delle privatizzazioni: una delle ipotesi in pole position sarebbe quella di un’accoppiata Cdp-Agenzia del Demanio in uno “sportello delle privatizzazioni e dismissioni” per gli enti, dalla consulenza all’operazione chiavi-in-mano. Una lista di 50 Comuni sarebbe già pronta, tramite la collaborazione dell’Anci. Impostare prima dell’estate un programma credibile e sostenibile di privatizzazioni e dismissioni immobiliari, al di là dei numeri immediati, è dunque l’obiettivo.
Le cartolarizzazioni sono invece totalmente bandite: Eurostat ha inferto una recente stretta che rende questa dismissione impraticabile per gli Stati. Una strada aperta è invece quella già praticata, stile-Fip: la cessione di immobili pubblici a un fondo immobiliare che vende le sue quote sul mercato, con rendimenti garantiti dal flusso degli affitti pagati dallo Stato. Questa operazione ha però effetti collaterali indesiderati: taglia il debito, riduce il pagamento delle cedole ma grava sul deficit con la spesa extra degli affitti. Proporre uno scambio tra quote dei fondi immobiliari garantiti da asset pubblici con i BTp potrebbe infine essere controproducente, togliendo smalto al titolo di Stato. Meglio la vecchia via: privatizzare e rimpolpare il fondo di ammortamento per la riduzione del debito pubblico tramite riacquisto dei BTp sul mercato secondario.

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