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«Priorità al taglio del costo del lavoro»

«Basta che facciamo le scelte giuste o sbagliate sul tema della stabilità politica complessiva, che queste scelte possono valere per esempio da qui alla fine dell’anno 1 miliardo, 1 miliardo e mezzo di euro in più in termini di costo dei tassi di interesse. E in queste Aule e nelle commissioni ci accapigliamo per spostare 10 o 50 milioni da una parte all’altra del bilancio». La stabilità politica non è uno slogan, ma ha un ricasco sulla vita di tutti noi. Cittadini e imprese.
Mentre in Senato, nella Giunta per le immunità, il governo vive un’altra giornata sull’ottovolante sul caso della decadenza di Berlusconi, a ricordare i rischi che corre il Paese in caso di crisi di governo è poco dopo lo stesso premier Enrico Letta in Aula. Per la prima volta da molto tempo «l’Italia non è stata trattata da sorvegliata speciale, da pericolo mondiale», dice Letta riferendo sui risultati del recente G20. E i riconoscimenti internazionali ai sacrifici degli italiani arrivati da ultimo anche da San Pietroburgo «possiamo rovinarli in un attimo: basta che buttiamo via la stabilità conquistata con fatica e torniamo facilmente in condizione di grandissima difficoltà». Proprio dai lavori del G20 è arrivata la conferma che l’economia mondiale sta uscendo dalla crisi: «Per la prima volta non si è discusso di salvataggi, di debiti sovrani, di fibrillazioni dei mercati, ma di crescita, sviluppo, lavoro». E così anche in Italia, dopo i primi provvedimenti per governare l’urgenza, è possibile ora cominciare a mettere a punto misure strutturali per agganciare la ripresa con la Legge di stabilità. «L’Italia ha assunto l’impegno di tagliare il costo del lavoro – ha ricordato Letta – e confermo qui l’impegno di ridurre il cuneo fiscale perché il rigore fine a se stesso non basta se non ci sono affianco politiche di crescita. E tagliare il costo del lavoro è il cuore di tutte le politiche per la crescita».
Si tratta del 14esimo intervento di Letta tra Camera (dove il premier ha riferito in mattinata sulla crisi siriana) e Senato nel giro di quattro mesi, fanno i calcoli a Palazzo Chigi. Un modo, forse, per sottolineare la differenza con il predecessore Silvio Berlusconi, notoriamente allergico alle “liturgie parlamentari”. Ma soprattutto un modo per ricordare che per il premier la soluzione di un’eventuale crisi di governo non potrebbe che avvenire in Aula. E in particolare nell’Aula del Senato, dove in caso di uscita del Pdl dal governo ci sarebbe un immediato problema di maggioranza. A Palazzo Madama i vertici di Pd e Pdl stanno naturalmente ragionando su ipotetici piani B. E i numeri per raccogliere una qualche maggioranza, tra fuoriusciti dello stesso Pdl e grillini, ci sarebbero anche. Il punto è che il premier, d’accordo con la dirigenza del suo partito, non sarebbe disponibile a guidare un governo ballerino che si regge sui voti di qualche transfuga. La parlamentarizzazione della crisi, con un voto di fiducia che fotografi davanti al Paese i “responsabili”, sarebbe l’unica via di uscita possibile per l’inquilino di Palazzo Chigi. E i “responsabili” avrebbero intestato anche il conto: da 1 a 1 miliardo e mezzo in termini di aumento dei tassi d’interesse, appunto. Ma da Palazzo Chigi continuano a dirsi fiduciosi che il Pdl e il suo leader saranno responsabili e che la crisi non ci sarà. La risposta alle altalenanti fibrillazioni è sempre la stessa: continuare a lavorare sui dossier dell’esecutivo tenendo separato il destino del governo da quello giudiziario di Berlusconi.

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