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Primo ok al piano Juncker, dall’Italia 8 miliardi

Il governo italiano ha annunciato ieri che la Cassa Depositi e Prestiti contribuirà per otto miliardi di euro ai progetti che verranno finanziati dal futuro Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI). I ministri delle Finanze dell’Unione hanno approvato il mandato negoziale con cui discuteranno nelle prossime settimane con il Parlamento europeo della creazione del nuovo strumento finanziario. L’obiettivo è di permettere al nuovo fondo di distribuire i primi prestiti tra l’estate e l’autunno.
Gli otto miliardi di euro confluiranno nell’EFSI attraverso «piattaforme di investimento che sono evidentemente di interesse nazionale», ha detto ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. L’annuncio dell’investimento era stato fatto poche ore prima dal premier Matteo Renzi su Twitter. La decisione – giudicata «eccellente» dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker – è giunta nel giorno in cui i ministri delle Finanze europei davano un benestare politico al progetto comunitario.
In una conferenza stampa qui a Bruxelles, il vice presidente della Commissione europea Jirki Katainen si è congratulato con i paesi membri, che hanno trovato un accordo nel giro di appena due mesi. Il progetto era stato presentato dall’esecutivo comunitario all’inizio di gennaio. «Il piano è la risposta per affrontare la principale debolezza dell’economia europea: la mancanza di investimenti», ha commentato il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici.
I Ventotto hanno accettato a grandi linee il progetto della Commissione europea, modificando tuttavia alcuni aspetti, e soprattutto annacquando l’anima federale che l’EFSI avrebbe dovuto avere. Il piano comunitario presentato in gennaio prevedeva da un lato il versamento di contributi nazionali nel capitale iniziale del nuovo fondo, per aiutare a generare l’obiettivo di 315 miliardi di investimenti; e dall’altro un processo decisionale privo di interferenze politiche.
Molti paesi si sono rifiutati di seguire questa strada, in assenza di certezze sul ritorno economico. Il risultato è che i paesi potranno contribuire denaro non solo al Fondo, ma anche a piattaforme di progetti e a singoli progetti infrastrutturali. Quest’ultima è l’opzione che hanno deciso di perseguire – attraverso le loro banche di sviluppo nazionale – Germania, Italia e Francia (con otto miliardi di euro ciascuno) e la Spagna (con un versamento di 1,5 miliardi di euro). «Mi aspetto altri versamenti», ha detto Katainen.
Gli organismi decisionali saranno quindi indipendenti dai governi nazionali, composti da un consiglio direttivo, in cui siederanno la Commissione europea e la Banca europea degli investimenti, e un comitato di esperti chiamato a vagliare i progetti. Il pacchetto ora passerà al Parlamento europeo che dovrà dare il suo benestare, possibilmente tra giugno e luglio. È previsto che il contributo statale al Fondo sarà valutato con magnanimità da Bruxelles nel caso provochi uno sforamento dei limiti di deficit.
Nel caso italiano, la Cassa Depositi e Prestiti non appartiene al settore pubblico. Il suo contributo non peserà quindi sul debito italiano. È da capire, però, se l’eventuale prestito della Cdp a una entità pubblica che partecipi a un progetto finanziato dall’EFSI, con il conseguente aumento dell’indebitamento statale, potrà ottenere un trattamento magnanime.
La partita è aperta, secondo un esperto comunitario; il Parlamento europeo, favorevole a questa clausola, darà battaglia.
Nel documento preparato dai ministri si legge che l’obiettivo del Fondo dovrebbe essere di aiutare le piccole e medie imprese e «rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale dell’Unione». In una ottica italiana, la presa di posizione non è banale. Al netto di una selezione basata sulla bontà dei progetti dedicati a settori-chiave (l’energia, il trasporto, il digitale), c’è la speranza che l’Italia goda di un trattamento di favore, tenuto conto del ritardo economico di alcune sue regioni meridionali.
In questo contesto, sempre ieri in un intervento al Collège d’Europe a Bruges, Padoan ha ricordato che la mancanza di fiducia è un aspetto cruciale della crisi europea. La stessa nascita dell’EFSI dovrebbe servire a rilanciare la domanda, creando proprio fiducia, in un momento nel quale c’è il «grande rischio che qualcuno consideri di non volere essere più un membro dell’unione monetaria». In questo senso, il ministro ha avvertito che senza una unione politica l’Unione è condannata alla «disintegrazione». Padoan ha poi sottolineato che il «quantitative easing» lanciato dalla Bce «è un’azione molto potente ed opportuna, ma il fatto che la condivisione del rischio si fermi al 20% è una contraddizione.» «Sappiamo che c’è un bisogno di mutualizzare – ha spiegato il ministro – ma non riusciamo a capire a sufficienza quanto in fondo dobbiamo andare».
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