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Primo accordo dopo Brexit Londra sceglie la Turchia

Qualche anno fa, era il 2016, Boris Johnson chiamò Recep Tayyip Erdogan «un onanista cui piace fare sesso con le capre». L’allora ex sindaco di Londra lo fece in una poesia sul magazine Spectator in protesta contro il presidente turco che si era scagliato con inedita violenza mediatica e giudiziaria contro il comico tedesco Jan Böhmermann per una satira poco gradita, indignando l’Occidente. Quattro anni dopo, la libertà di espressione e altri valori liberali contano molto meno. Perché Johnson nel frattempo è diventato primo ministro britannico, sta traghettando il Regno Unito nella lunga tormenta della Brexit che si concretizzerà il 1° gennaio e dunque ciò che conta ora è stringere quanti più accordi commerciali per attutire il contraccolpo dell’uscita dall’Ue: secondo gli stessi studi del governo, il Regno Unito perderà almeno il 4% di Pil nei prossimi 5 anni, nonostante il tormentato accordo commerciale con l’Ue firmato alla vigilia di Natale.
Così la ministra del Commercio internazionale Liz Truss ieri sera ha annunciato la prima intesa commerciale dopo l’uscita definitiva dall’Ue del 31 dicembre: proprio con la Turchia di Erdogan. Che negli ultimi anni ha irritato non poco i leader europei per il suo crescente autoritarismo, una politica estera molto aggressiva (ultima in Libia), le accuse nella guerra civile siriana. «La prossima settimana firmeremo l’accordo con Ankara da almeno 18,6 miliardi di sterline (circa 20 miliardi di euro) », ha dichiarato Truss, «che porterà al Regno Unito migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero, automobilistico e dell’acciaio».
L’intesa commerciale ricalca e prolunga quella già esistente tra Londra e Ankara nell’ambito della oramai passata appartenenza del Regno Unito al Mercato unico europeo, la Turchia fa parte dell’unione doganale Ue. Anche la tempistica è dovuta al fatto che il 1° gennaio, senza un accordo Londra-Ankara sarebbero saltate tutte le intese ora in vigore, innescando dazi e disfunzioni commerciali. Ma attenzione: perché la ministra ha aggiunto che il Regno Unito non solo ha rinnovato l’accordo preesistente, ma si riserva presto di «espanderlo, su misura», includendo «servizi digitali e liberalizzazioni delle politiche bilaterali su agricoltura e commercio». Qualcosa che non farà di certo piacere all’Europa e che fa capire anche quanto la “Global Britain” di Boris Johnson possa presto diventare non solo ingombrante ma anche destabilizzante a livello (geo)politico. Un anonimo funzionario britannico dice al Financial Times : «Noi abbiamo un approccio pragmatico».
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