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Prime pagelle sull’era Draghi: in campo le agenzie di rating

Da una parte l’ennesimo scostamento di bilancio appena deciso dal Governo, che proietterà il deficit al 10-11% del Pil e il debito al 158% a fine 2021, dall’altra il continuo sostegno della Bce, ma anche il miglioramento del clima politico e le speranze riposte nella mano di Mario Draghi per dare una spinta alla ripresa economica. È in uno scenario inedito e decisamente contrastato che l’Italia si troverà ad affrontare i giudizi delle agenzie di rating che si succederanno in modo serrato nell’arco di un mese e mezzo.

Le revisioni sul merito di credito inizieranno domani sera con S&P, per proseguire poi con Dbrs (30 aprile), Moody’s (7 maggio) e concludersi con Fitch (4 giugno): un autentico fuoco di fila, atteso per la verità con minor trepidazione rispetto al recente passato, tanto che gli analisti non si sentono neppure di escludere novità positive.

Il tutto avviene mentre il Tesoro continua a marce forzate la propria opera incessante di raccolta sui mercati. Da inizio anno le emissioni a medio-lungo termine sono state infatti pari a 126 miliardi di euro, una cifra alla quale occorre aggiungere i 4,7 miliardi già raccolti fino a ieri sera con il collocamento del nuovo BTp Futura tutt’ora in corso per superare a malapena un terzo di quanto gli analisti stimano possa essere il finanziamento lordo nel corso del 2021. E se c’è da notare che il tasso medio all’emissione è stato nel primo trimestre dello 0,11%, quindi largamente inferiore al già «quasi» record 0,59% del 2020, il fatto di dover complessivamente ricorrere al mercato (includendo quindi anche i BoT) per quasi 600 miliardi e soprattutto di dover trovare acquirenti netti (cioè al di fuori della Bce, come sottolinea l’articolo nella pagina a fianco) per 66 miliardi non lascia certo dormire sonni tranquilli.

Proprio in un contesto simile si rinnova l’appuntamento con le (almeno un tempo) temute agenzie di rating, che stavolta dovrebbero quantomeno evitare la mano pensante nei confronti del debito italiano, se non al contrario lanciare messaggi ancora più distensivi. «Un migliore contesto politico italiano, una Bce molto accomodante e l’imminente lancio del Recovery Fund dovrebbero fornire supporto al rating», ammettono gli analisti di Barclays Capital, che arrivano addirittura a sbilanciarsi nel non escludere «una sorpresa positiva».

Lo sguardo, in questo caso, pare essere puntato soprattutto su Dbrs, l’agenzia canadese che è la più «generosa» nei nostri confronti con il suo «Bbbh», ma che mantiene ancora un outlook «negativo». Ma se un cambio di orientamento di Dbrs – o anche di una delle altre agenzie, in questo caso da «stabile» a «positivo» – non sembra fuori dalle corde, è anche difficile che una mossa simile abbia particolari riflessi fra gli investitori.

Nel ricordare che Dbrs «è utilizzata in modo meno diffuso dagli operatori di mercato e la sua rilevanza risiede piuttosto nel far parte dei criteri per l’ammissibilità ai programmi della Bce», Marie-Anne Allier, gestore del fondo Carmignac Sécurité, sottolinea anche che in generale le agenzie di rating «mantengono la loro importanza quando innescano vendite forzate». Quest’ultima ipotesi si verificherebbe in concomitanza di una perdita dello status di investment grade (almeno «Tripla B») e di una conseguente discesa agli inferi degli high yield (o junk, «spazzatura» per usare la terminologia più spicciola dei mercati): ipotesi che per l’Italia è però ritenuta «improbabile» dall’analista.

Sembra dunque esistere una certa asimmetria nelle reazioni degli investitori ai pronunciamenti delle agenzie: scarsa attenzione nel caso di miglioramenti di rating o prospettive, a maggior ragione in un periodo come quello attuale in cui l’appesantimento del debito appare quantomeno ben tollerato, se non addirittura visto di buon occhio; massima severità se al contrario le decisioni sono penalizzanti, in particolare quando giungono inattese come il downgrade di Fitch nei confronti dell’Italia di un anno fa. Anche per questo, Allier avverte che la questione si farà probabilmente più cruciale alla successiva ondata di revisioni dei rating, «poiché la sostenibilità del debito italiano dipenderà essenzialmente da un’efficace attuazione del Recovery Fund e dalle riforme strutturali nazionali messe in atto per rafforzare la crescita». Gli esami, insomma, non finiscono mai.

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