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Primari e docenti, pensione dopo i 68 anni

Per professori universitari e medici primari il pensionamento d’ufficio potrà scattare dopo i 68 anni. È una delle novità del decreto legge di riforma della Pubblica amministrazione contenuta in un emendamento del relatore in commissione Affari costituzionali della Camera, Emanuele Fiano (Pd). Il provvedimento ora è in attesa del parere della commissione Bilancio, prima di tornare nell’aula di Montecitorio. Dopo la polemica di questi giorni per l’abbassamento obbligatorio a 65 anni del pensionamento di medici e professori, viene dunque rivista al rialzo la soglia minima. Per i medici ospedalieri il limite resta 65 anni, mentre per i ricercatori universitari scende a 62. Ma intanto è scontro aperto tra i rettori e il governo: a prendere le difese della categoria è il presidente della Crui (conferenza rettori), Stefano Paleari, che ha scritto al ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, per chiedere che ciò che riguarda l’università sia oggetto di un provvedimento apposito. 
In realtà la vera deroga alla legge Fornero sulle pensioni è altrove: nella salvaguardia dei cosiddetti «quota 96», i 4 mila insegnanti e collaboratori scolastici che sono rimasti impigliati tra i vecchi e i nuovi criteri pensionistici e che, dopo 31 mesi di attesa, dovrebbero ora poter andare in pensione dal 1° settembre.
La commissione Bilancio della Camera ieri ha detto «sì» allo sblocco dei 4 mila pensionamenti nella scuola, «nonostante — spiega il presidente Francesco Boccia (Pd) — il parere contrario del ministero dell’Economia», motivato dalla contrarietà della Ragioneria ma superato dalla «spinta all’innovazione» della commissione. Parole che hanno lasciato l’amaro in bocca al Mef dove, sottolinea che le obiezioni della Ragioneria non erano assolute ma riguardavano la particolarità che le coperture venissero da tagli lineari ma anche il fatto che gli insegnanti «quota 96» un lavoro ce l’hanno, a differenza di altre categorie «salvaguardate», e che in questo modo si smonta pezzo pezzo la legge Fornero.
E infatti se la soluzione per i «quota 96» diventerà legge, salirà a sette il numero delle deroghe alla contestata riforma dell’ex ministro del Lavoro del governo Monti, Elsa Fornero, tutte relative a varie categorie di «esodati». La prima salvaguardia, prevista dal decreto Salva-Italia, ha riguardato 65 mila lavoratori e ha trovato attuazione con il decreto ministeriale 1° giugno 2012. La seconda è stata prevista dal decreto legge 95 del 2012 («spending review») per altri 55 mila lavoratori. La terza è stata inserita nella legge di Stabilità per il 2013 e ha riguardato 10.130 lavoratori. La quarta, che ha interessato 6.500 persone, è stata introdotta con il decreto legge 102 del 31 agosto 2013, convertito dalle legge 124/2013 (successivamente il decreto 101/2013 ha disposto un ulteriore contingente di 2.500 lavoratori, familiari di disabili che abbiano assistito il disabile nel 2011). La quinta salvaguardia è stata introdotta dalla legge di Stabilità 2014 e riguarda 23 mila pensionandi. La sesta è stata approvata alla Camera lo scorso mese, riguarda 32 mila persone e aspetta il via libera del Senato. «In totale le deroghe alla Fornero costano 11 miliardi e 600 milioni — sintetizza Cesare Damiano, presidente commissione Lavoro alla Camera —. Ma sono giuste perché mettono al riparo 170 mila persone che sarebbero diventate nuovi poveri» .

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