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Prima vendita, Enel esce dalla Slovacchia

L’Enel è pronta a dare il via alla cessione di Slovenske Elektrarne? Ufficialmente dal gruppo elettrico nulla si dice, anche se secondo le indiscrezione di mercato qualche manifestazione di interesse per la quota (il 66%) sarebbe arrivata al quartier generale di Roma, che starebbe valutando di affidare alle banche d’affari il mandato per portare a termine l’operazione. L’obiettivo di breve termine dell’Enel, come noto, è di incassare circa 4,4 miliardi di euro da cessioni entro la fine dell’anno per ridurre l’indebitamento netto a 37 miliardi di euro dai 41,5 miliardi registrati alla fine dello scorso marzo.
Recentemente anche il neoamministratore delegato del gruppo elettrico, Francesco Starace, ha sostenuto che il 66% di Slovenske Elektrarne potrebbe essere preso in considerazione per la vendita. Alla società slovacca, secondo qualche valutazione finanziaria, sarebbe attribuibile un «enterprise value» di circa 3,8 miliardi di euro, compreso il valore dell’indebitamento pari a circa un miliardo di euro.
Chi potrebbe essere interessato ad acquistare la ex compagnia di stato di Bratislava in un periodo di mercato non certo attraente per il calo dei consumi e i prezzi cedenti dell’energia elettrica? Anche qui campo alle indiscrezioni. Secondo quanto riporta anche la stampa slovacca il più concreto candidato sarebbe la Cez, il produttore ceco di energia elettrica, che comunque non ha commentato le voci di mercato. Quella della Cez sarebbe la conferma di un interesse mai scemato dai tempi della cessione all’Enel chiusa ufficialmente nel 2006 nell’era di Fulvio Conti ma avviata dall’allora amministratore delegato Paolo Scaroni. La seconda compagnia interessata a Slovenske Elektrarne sarebbe la russa Rosatom, che gestisce il parco delle centrali nucleari di Mosca, mentre qualche non meglio precisata manifestazione di interesse riguarderebbe altri investitori cinesi.
Nel 2005-06 l’Enel aveva comprato la quota del 66% in seguito al programma di privatizzazioni lanciato dal governo di Bratislava, pagando per il pacchetto azionario una somma intorno agli 840 milioni di euro. Una mossa che allora rappresentò il rientro del gruppo elettrico italiano nella tecnologia del nucleare, che sul territorio nazionale era stata bandita in seguito al referendum del 1987.

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