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Prima casa, Portofino e Siena al top Roma paga il doppio di Milano

ROMA — Bisognerà vedere se nei prossimi mesi gli italiani si trasferiranno in massa a Zarfaliu. Non per la vernaccia o per la sagra degli agrumi, finora uniche attrattive conosciute del posto. Ma perché nel curriculum di questo paesino della Sardegna è appena entrato il titolo di capitale d’Italia dell’Imu low cost. È proprio qui che viene meno cara la tassa arrivata un anno fa con il decreto salva Italia: un versamento medio di appena 16 euro e 14 centesimi per la prima casa. In alternativa si potrebbe andare a vivere tutti a Valvestino (Lombardia), solo 3 centesimi in più, oppure ad Antrona Schieranco (Piemonte), un tempo famosa per le miniere d’oro e d’argento, dove però bisogna tirar fuori più di 20 euro. Meglio tenersi alla larga, invece, da Portofino dove l’Imu sulla prima casa è la più alta in assoluto: poco più di mille euro, con ampio distacco sulla seconda, Pecetto Torinese, appena sotto quota 700.
Le tabelle pubblicate ieri dal ministero dell’Economia possono essere lette da più angolature: tra i capoluoghi il più caro è Siena, decimo posto in assoluto, mentre a Roma si paga il doppio che a Milano: 537 euro contro 292. Più complicato interpretare i dati per la categoria «altri immobili», che comprende non solo le seconde case ma anche fabbriche e terreni. Ecco perché in questa classifica il Comune più caro è Presenzano, piccolo centro campano, dove i 3.600 euro di versamento medio sono dovuti a una grande centrale idroelettrica che fa schizzare in alto la media, secondo la regola di Trilussa e dei suoi polli. Stesso discorso per Orio al Serio, terzo posto causa aeroporto. Per chi invece pensa ad una seconda casa (fiscalmente) economica meglio puntare sul Piemonte: Celle di Macra, dove il versamento medio è di soli 28 euro, oppure Elva, dove si supera quota 30. Perché tante differenze? Sono il frutto delle diverse rendite catastali, in genere più alte al Nord e nelle grandi città, e del margine di manovra sulle aliquote che il governo ha lasciato ai sindaci, con la possibilità di alzarle rispetto allo standard nazionale. Senza peraltro ricavarne un gran vantaggio.
Proprio ieri l’Anci, l’associazione dei Comuni, ha lanciato di nuovo l’allarme: «È vero — dice il presidente Graziano Delrio — che sono stati messi in ordine i conti dello Stato ma è anche vero che sono stati scassati definitivamente quelli dei Comuni». Rispetto a quanto incassato con la vecchia Ici nel 2010, dall’Imu i Comuni hanno ricevuto un miliardo in meno. Ai quali bisogna aggiungere altri tre miliardi di tagli nei trasferimenti dallo Stato. «Il 2013 sarà il vero annus horribilis per noi» dice Delrio che chiede di sospendere i nuovi tagli previsti dalla spending review e di rinviare di un anno la Tares, la nuova tassa sui rifiuti per la quale i Comuni dovrebbero anticipare un miliardo. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, avverte che in molte città «non si riusciranno a chiudere i bilanci». E qualcuno ha già alzato bandiera bianca.
Sono 46 i Comuni che dall’inizio dell’anno hanno chiesto il cosiddetto pre dissesto finanziario, una procedura introdotta dal governo Monti proprio per evitare il fallimento finale delle amministrazioni. Ci sono nomi importanti, come Napoli, Catania, Messina, Foggia, Cosenza, Benevento, Chieti, Potenza. Quasi tutti al Sud, in particolare tra Sicilia, Calabria e Campania, questi comuni saranno obbligati ad alzare al massimo tutte le tasse locali, ottenendo in cambio un prestito dallo Stato. E si aggiungono alle 37 amministrazioni che sono messe ancora peggio, e hanno già dichiarato il dissesto vero e proprio come Alessandria e Caserta. Sprechi, errori, politiche sbagliate, certo. Ma anche i 15 miliardi che dal 2007 ad oggi i Comuni hanno messo sul piatto per risanare i conti dello Stato. Un conto salato che spinge i sindaci a promettere battaglia. «La loro posizione — dice il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani — è comprensibile. Si preparano ad aprire una vertenza con il prossimo governo per chiedere più fondi». Non è un mistero che nel totoministri, in caso di vittoria del Pd, circoli anche il nome di Delrio, il presidente dell’associazione dei Comuni.

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