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Prima casa, affitti, imprese: così l’Imu diventa più equa

Un po’ come alla vigilia dei Mondiali, quando tutti gli italiani si sentono allenatori della nazionale di calcio, in questa campagna elettorale tutti i politici hanno il loro personalissimo schema per l’Imu. Dall’abolizione sull’abitazione principale all’azzeramento dell’imposta per i redditi più bassi, le proposte sono tante e diverse, ma spesso appena abbozzate e difficilmente sostenibili per le casse pubbliche. C’è sempre qualcuno, insomma, che vorrebbe giocare con quattro punte e un trequartista.
Oltre l’abitazione principale
Che l’imposta sugli immobili vada modificata per renderla più equa, l’ha detto anche l’Unione europea. Il problema, se mai, è fino a che punto spingersi. Il tributo è già molto caro e non si può facilmente pensare di alzarlo su alcuni tipi di edifici e abbassarlo su altri. Piuttosto, nel 2013 lo Stato e i Comuni dovranno rinunciare a una parte dei 23-24 miliardi incassati tra acconto e saldo dell’anno scorso.
Azzerare il prelievo sulla prima casa – secondo le ultime stime – costerebbe circa 3,8 miliardi. Una cifra che può sembrare tutto sommato “sostenibile”, ma che va letta nel contesto generale dei conti pubblici. Intanto, bisognerà monitorare l’andamento delle entrate tributarie e quello dello spread, che influenza la spesa per interessi sul debito pubblico. E poi non si può dimenticare che il 1° luglio è previsto l’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22%, che il presidente uscente del Consiglio, Mario Monti, ha già detto di voler evitare. La stessa Europa ha lanciato un avvertimento con il commissario agli Affari economici, Olli Rehn: «È importante che l’Italia resti lontano dalle acque agitate». Come dire: l’Imu si può correggere, ma con prudenza e facendo attenzione ai conti pubblici.
Le manovre sulla prima casa, comunque, non esauriscono la lista dei correttivi alle distorsioni che sono emerse nel primo anno di applicazione dell’Imu. Il grafico a lato elenca dieci possibili ambiti di intervento, indicando alcune soluzioni possibili. Contro le disparità di trattamento generate dai vecchi valori catastali, nell’immediato, c’è poco da fare, anche perché la riforma prevista dalla delega fiscale è stata affossata nel finale di legislatura. D’altra parte, su molti altri punti rilevanti si potrebbe ragionare in tempi brevi.
Un tema particolarmente delicato – soprattutto in tempi di crisi – è quello delle case affittate a canone concordato. Con l’Imu la convenienza a scegliere questa formula contrattuale, da parte dei proprietari, si è drasticamente ridotta. E il rischio è che l’aumento del prelievo venga scaricato (almeno in parte) sugli inquilini, o che un numero di crescente di abitazioni rimangano sfitte: per scelta dei proprietari o per mancanza di affittuari.
Un altro dossier che dovrebbe essere riaperto è quello degli immobili d’impresa. È vero che nel 2013 tutto il gettito derivante dai capannoni e dai fabbricati produttivi finirà allo Stato, ma ai Comuni resterà pur sempre la possibilità di alzare l’aliquota fino all’1,06% per incassare uno 0,3% di imposta. Una tentazione pericolosa, in tempi di ristrettezze finanziarie per gli enti locali.
Correzioni a costo zero
Anche l’Imu, comunque, ha il proprio pacchetto di riforme a costo zero per le casse dello Stato. Che in questo caso si tradurrebbero nella stesura di un testo unico capace di raggruppare tutte le norme di legge applicabili al tributo, risolvendo i conflitti con la vecchia Ici e chiarendo gli ultimi casi dubbi. Certo, intervenire sulle leggi richiede altre leggi, ma è un impegno a cui nessun Governo potrà sottrarsi, visto che l’Imu per quest’anno è ancora «sperimentale» e dal 2014 dovrà andare a regime. E poi, leggi a parte, le modalità di versamento, rimborso e dichiarazione possono essere razionalizzate con semplici atti amministrativi.

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