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Prima apertura di Merkel ad Atene «Possiamo discutere sul debito»

Una chiusura e insieme un’apertura condizionata: la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ribadito il no alla ristrutturazione del debito greco nell’accezione del taglio ( haircut ) perché non è possibile nell’Unione monetaria, tuttavia ha aperto a una discussione su un allungamento delle scadenze e a una riduzione dei tassi di interesse «non ora ma solo dopo che sia stata completata e con esito positivo la prima revisione del programma» di salvataggio da oltre 80 miliardi di euro. 
Un passo avanti fondamentale per la riuscita del nuovo piano di aiuti (il terzo) alla Grecia, perché viene riconosciuto apertamente anche dalla Germania che il debito ellenico è insostenibile, come già evidenziato nei giorni scorsi dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca centrale europea. Con le parole di ieri e con le condizioni poste Merkel riesce ad accontentare quei falchi del suo partito, la Cdu, che venerdì le hanno fatto mancare il voto al Bundestag, e a non sconfessare il suo ministro delle finanze, Wolfang Schäuble, da sempre contrario al taglio del debito ellenico al punto da avere proposto all’ultimo Eurosummit, che poi ha deciso di salvare ancora una volta Atene, un’uscita temporanea della Grecia dall’euro. La cancelliera tedesca è riuscita anche ad accogliere la posizione dei socialdemocratici. Ieri il ministro dell’Economia e suo vice, Sigmar Gabriel (Spd), ha criticato duramente Schäuble: «Direi che avrebbe dovuto comportarsi diversamente — ha spiegato in un’intervista alla tv Zdf — tanto più sapendo che noi socialdemocratici siamo pronti a parlare di un’uscita della Grecia dalla zona euro solo nel caso che lo voglia Atene stessa». Gabriel ha anche confermato che Schäuble è stato «in pesante conflitto» con Merkel, per la quale una Grexit temporanea non funzionerebbe. E ieri la cancelliera tedesca, nell’intervista alla rete pubblica Ard , ha chiuso definitivamente il discorso: «La proposta di Schäuble di una Grexit temporanea di 5 anni non è più un’opzione sul tavolo» e ha aggiunto che «il ministro delle Finanze porterà avanti i negoziati nello stesso modo in cui lo farei io», riconfermando la propria fiducia, dopo le voci poi smentite di possibili dimissioni.
La mossa della cancelliera, benché di apertura, complica il negoziato iniziato venerdì scorso con il via libera dell’Eurogruppo (i ministri finanziari dei 19 Paesi dell’eurozona). Il vicepresidente della Commissione Ue con delega all’euro, Valdis Dombrovskis, aveva spiegato che «nelle conclusioni dell’Eurosummit è scritto che il Fmi dovrebbe partecipare al programma. Significa anche che il tema della sostenibilità del debito sarà parte del negoziato». Del resto la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, aveva mandato un messaggio inequivocabile: o taglio «sostanziale» del debito greco o almeno un periodo di grazia, pari a 30 anni, durante il quale non venga effettuato alcun pagamento e una riduzione, il più possibile, degli interessi.
Si tratta ora di capire se il Fmi accetterà di discutere del debito alla fine delle trattative o se si impunterà perché sia sul tavolo da subito. Nel giro di quattro settimane i negoziatori, che sono i rappresentanti delle tre istituzioni internazionali (Commissione Ue, Bce e Fmi), dovranno trovare con il governo greco l’intesa su riforme e risorse alla base del terzo programma di aiuti finanziari erogati dal fondo salva-Stati Esm. Il coinvolgimento concreto del Fmi partirà solo da aprile perché è ancora in corso il vecchio piano che terminerà a marzo 2016.
La crisi greca e la sua gestione hanno messo in evidenza i limiti dell’eurozona. Il presidente francese François Hollande, in prima fila per salvare Atene, ieri si è spinto oltre e ha proposto «una più forte organizzazione» per l’euro da parte di «un’avanguardia di Paesi», di cui potrebbero far parte «la Francia, la Germania e l’Italia, i Paesi fondatori» ma anche il Benelux (ha allargato poi il tiro il premier Manuel Valls): è l’idea di Jacques Delors, ha spiegato Hollande, di «un governo dell’euro dotato di un proprio bilancio e di un Parlamento per garantire il controllo democratico».

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