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Prezzi in caduta e mutui più pesanti chi vince e chi perde con la deflazione

L’apparenza inganna. La deflazione, a prima vista, non è un mostro di cui aver paura. Anzi: i prezzi calano – è il ragionamento a prima vista – e io sono più ricco, visto che con 100 euro metto nel mio carrello della spesa più roba. Errore. La storia insegna che il risultato è l’opposto. La deflazione, sancita ufficialmente da Eurostat martedì, svuota dal basso gli stipendi, rende più costoso onorare i mutui e scoraggia i consumi. In una spirale rischiosissima per l’economia in cui le uniche mosche bianche che guadagnano davvero sono i creditori o chi ha in banca una forte liquidità. Gente che dalle crisi, in genere, ha poco da temere.

IL MIRAGGIO DELLA MINI-SPESA
Pane, pasta, frutta, lavatrici e vestiti in uno scenario deflattivo costano di meno per un motivo vecchio come il mondo: perché l’offerta supera la domanda, spia certa di un paese in difficoltà. In un primo momento – specie per le spese necessarie e quotidiane come gli alimentari – è un vantaggio. Visto che con la stessa cifra si compera più carne.
I problemi sono due: se l’idea è che i prezzi continueranno a scendere, si tendono a rinviare gli acquisti. Come si fa per la casa quando si immagina che il costo a metro quadro tende a calare. E a quel punto il gatto si morde la coda: le aziende per vendere i loro prodotti devono tagliare ancora i prezzi. Il risultato – come testimoniano le esperienze dei paesi che hanno vissuto la palude della deflazione – è disastroso: le imprese tagliano stipendi e posti di lavoro per rimanere competitive e permettersi listini più bassi, la gente spaventata dall’impasse consuma sempre meno. In un circolo vizioso che si autoalimenta in cui – è vero – i prezzi dei beni di consumo calano ma dove di soldi per comprarli, causa disoccupazione e calo delle entrate, ce ne sono sempre meno.
IL PROBLEMA DEI MUTUI
La deflazione è una pessima notizia anche per chi ha sul groppone un mutuo o un prestito da pagare. Qui il discorso è più lineare: in uno scenario dove il denaro vale sempre di più, i 300 euro di una rata – pur rimanendo uguali – sono una cifra che diventa sempre più cara. Specie di fronte ai prevedibili cali delle entrate (stipendi e pensioni sono agganciati all’andamento dei prezzi sia all’insù che all’ingiù). La polizza contro questo salasso, in teoria e per chi è esposto a rendimenti variabili, sono i tassi. In uno scenario di crisi economica e con i prezzi in calo, le Banche centrali riducono il costo del denaro per favorire la ripresa e far ripartire i prezzi. Peccato che la Ue e l’Italia abbiano già tagliato i tassi quasi a zero (i Bot hanno quotato anche a tassi negativi sul secondario) e quindi di margini su questo fronte non ce ne sono più.
Il discorso, moltiplicato per duemila miliardi, è ancora più grave per l’Italia. Una volta l’inflazione rendeva un po’ meno oneroso ogni anno onorare il nostro debito. Gli 80 miliardi di interessi annui a gennaio valevano di più della stessa cifra a dicembre. La deflazione – che tende oltretutto a ridurre anche le entrate fiscali – dà il risultato opposto: e alza a livelli pericolosi la montagna che dobbiamo scalare ogni anno per pagare gli interessi.
CHI CI GUADAGNA
L’altra faccia della deflazione sono le poche persone che hanno da guadagnare. La prima categoria, ovvia, sono i creditori. Per il motivo esattamente opposto rispetto a chi ha un mutuo: incassano soldi che (per il loro potere di spesa) valgono molto di più di quando li avevano prestati. La seconda sono le persone che hanno sul conto in banca o in portafoglio molta liquidità. Tesoretti che anche rimanendo nel classico materasso crescono di valore solamente perché il calo dei listini ne aumenta il valore, senza bisogno che si muova un dito. Sapendo tra l’altro che il momento più basso della deflazione (se si azzecca il timing) è un’occasione unica per investire questo capitale cavalcando la ripresa. Il rischio è che succeda quello che è successo in Giappone, dove la gelata dei prezzi è durata oltre dieci anni con conseguenze disastrose per tutta l’economia nazionale.
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