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Prezzi e salari, divario mai così alto

di Corinna De Cesare

MILANO — Aumentano i prezzi ma non gli stipendi. A certificare con dati e numeri una sensazione alquanto diffusa è l'Istat, con l'ultimo bollettino sulle retribuzioni.
«A ottobre — segnala l'istituto nazionale di statistica — l'indice delle retribuzioni contrattuali orarie registra una variazione nulla rispetto al mese precedente e un incremento dell'1,7% rispetto a ottobre 2010». Ciò significa che la crescita tendenziale degli stipendi è pari alla metà di quella dell'inflazione. Sempre a ottobre infatti, i prezzi sono balzati al 3,4%, spinti dalla bolletta energetica e dall'incremento dell'aliquota Iva. Così, la forbice tra gli aumenti retributivi e l'aumento dei prezzi al consumo si è allargata ancora arrivando a 1,7 punti percentuali, rispetto al precedente record (1,3%). Un divario storico, il più alto dal 1997. Ad aggravare la situazione i 31 contratti di lavoro, di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione, che coinvolgono circa 4,3 milioni di dipendenti.
I settori che a ottobre registrano variazioni retributive nulle sono i ministeri, la scuola, le Regioni, le autonomie locali e il servizio sanitario nazionale. Mentre a beneficiare di maggiori incrementi dei salari sono «il comparto militare-difesa (+3,7%), forze dell'ordine (+3,5%), gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi e attività dei vigili del fuoco (per entrambi +3,1%)». In positivo anche il saldo dei dipendenti del settore privato, per cui l'aumento retributivo rispetto all'anno precedente è stato dell'1,9%. Bloccati invece i lavoratori della pubblica amministrazione (+0,6%) su cui grava per legge il blocco della contrattazione fino al 2014. «È un dato incolmabile — ha commentato ieri il segretario confederale dell'Ugl, Nazzareno Mollicone —. Bisogna intervenire con una detassazione delle retribuzioni, già partire dalla tredicesime».
I consumatori, per bocca del Codacons, attribuiscono la responsabilità del divario salari-prezzi «all'irresponsabile aumento dell'Iva» e sconsigliano l'applicazione di un ulteriore incremento. Giusto piuttosto «riportare l'imposta al 20%» per risanare il deficit senza gravare sui consumi. Federconsumatori prevede «gravi ripercussioni sul potere d'acquisto delle famiglie a reddito fisso», che possono arrivare anche a «408 euro l'anno» (-3,8%/-3,9%).
Non va molto meglio, in termini di occupazione e retribuzioni, per le grandi imprese: sempre secondo l'Istat (che ieri ha pubblicato anche altri indicatori) a settembre l'occupazione ha registrato, rispetto a un anno fa, un calo dello 0,6%. Nelle aziende con più di 500 addetti le retribuzioni lorde per ora lavorata (che includono anche premi, straordinari, mensilità aggiuntive) a settembre sono scese del 2,1%, trascinate in basso dal comparto dei servizi. Male anche sul fronte occupazione: dal 2008 in Italia, secondo uno studio Cerved Group, sono stati persi quasi 300 mila posti di lavoro in aziende fallite. E nel terzo trimestre dell'anno i fallimenti di imprese sono cresciuti del 6,6% rispetto allo stesso periodo 2010. «Questi dati — il commento ieri del segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni — sono la fotografia di un sistema produttivo in gran parte bloccato e di una occupazione che diminuisce e si impoverisce, in qualità e remunerazione, subendo per prima e direttamente le conseguenze della crisi».
 

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