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Prezzi e redditi ancora in picchiata in Europa è l’Italia a rischiare di più

CERTI scorci del panorama urbano a volte possono lasciare una sensazione di déjà vu che gela il sangue. L’altro giorno un bar della Garbatella, a Roma, ha messo fuori un cartello: abbonamenti da 15 euro per dieci cappuccini e cornetti. Prezzi quasi dimezzati per una colazione. Nel 1934, anche Mussolini annunciò una decisione che oggi suona curiosamente simile: decretò che i commercianti che non avessero ridotto i prezzi sarebbero stati espulsi dal partito fascista.
Quando la grande depressione iniziò a mordere in Italia nel 1930, il duce impose un taglio ai salari del 12% lasciando sperare che sarebbe stato l’ultimo. Nel gennaio del ‘32 i disoccupati erano 640 mila, un anno dopo erano raddoppiati. Nel ‘34 il fascismo impose una nuova riduzione di tutte le remunerazioni, quando ormai il prezzo dell’abbigliamento o della spesa al mercato erano dimezzati o quasi. Prezzi e redditi si stavano avvitando, gli uni all’inseguimento circolare degli altri. Solo i debiti continuavano a salire per effetto dei tassi d’interesse, fino a quando il regime decise ciò che allora fu definito «ammortamento» e oggi chiameremmo un ordinato default.
Sono pochissimi ormai gli italiani che ricordano cosa vuol dire vivere in una trappola del genere. L’Italia di oggi non è quella di 80 anni fa, se non altro perché può riflettere a voce alta al pericolo di sottovalutare le sabbie mobili in cui sta scivolando se non le riconosce e non reagisce in fretta. Dopo una progressiva erosione nell’ultimo anno, il carovita quest’inverno in Italia viaggia appena allo 0,7%, in Irlanda allo 0,4%, in Spagna allo 0,3%, in Portogallo allo 0,2%, mentre la Grecia è già in deflazione con un calo del listino dell’1,8%. Anche in Eurolandia nel suo complesso la dinamica dei prezzi è gelida, allo 0,8%.
Se gli esperti del Sistema europeo delle banche centrali e della stessa Bce sbaglieranno le loro «proiezioni» del 2014 come hanno fatto nel 2013, una larga parte d’Europa fra un anno potrebbe trovarsi direttamente in deflazione. Nel marzo scorso, gli economisti dell’Eurotower avevano fissato il punto medio delle loro attese sulla crescita dei prezzi all’1,6% per il 2014. Nove mesi dopo quella «proiezione» per l’area euro era stata già ridotta del 30%, all’1,1% in media d’anno. Questa correzione in corsa può far pensare che la banca centrale negli ultimi mesi si sia mossa (o abbia evitato di farlo) sulla base di giudizi rivelatisi in realtà troppo ottimistici.
Non che manchino i motivi per spiegare perché la dinamica dei prezzi è così debole. Durante la fase acuta della crisi ci sono stati mesi in cui le banche nell’area euro tagliavano i prestiti all’economia di centinaia di miliardi ogni mese, stima Alberto Gallo di Rbs. In Italia il credito alle imprese è crollato in questi anni di oltre cento miliardi. L’aumento della disoccupazione ha ridotto il potere d’acquisto e costretto i commercianti a praticare sconti sempre più profondi, mentre un’austerità fatta di troppi aumenti delle tasse ha schiacciato il sistema produttivo fino alla paralisi e ai licenziamenti di massa.
Il problema adesso è l’impatto che centinaia di milioni di piccole scelte come quelle del bar della Garbatella possono avere sul debito pubblico e privato in Italia. È come se un corpo sempre più gracile dovesse trasportare un masso il cui peso non smette di aumentare. Paul De Grauwe, della London School of Economics, lo spiega con una certa brutalità: «Quando i prezzi scendono anche i redditi del governo e dei privati lo fanno, ma gli interessi sul debiti restano uguali — ha scritto di recente sull’Economist — . Ciò obbliga il governo e i privati a spendere una proporzione crescente delle loro entrate per pagare il debito e gli interessi relativi, riducendo le altre spese in beni e servizi». A sua volta questi nuovi tagli aggravano la deflazione delle merci e dei salari, rendendo ancora più pesante l’onere del debito.
Mussolini cadde nella trappola, benché Irving Fischer di Harvard l’avesse capita e descritta fin dagli anni ‘30. La domanda ora è se i suoi successori al governo del Paese 80 anni più tardi saranno meno ottusi. La loro speranza, quanto a questo, è che una ripresa europea e globale alzi tutte le banche e trascini anche l’Italia fuori dalle secche. I dati più recenti dicono che essa per il Paese non appare all’orizzonte: il prodotto lordo ha sì smesso di contrarsi ai ritmi rapidissimi degli ultimi due anni, ma niente di più. I dati sui consumi elettrici nel Paese a dicembre sono in caduta del 2% su un anno fa e, dice il gestore della rete Terna, «il trend prosegue su un andamento negativo» che rivela come la produzione ristagni. Anche i dati dell’export non vanno bene come in troppi proclamano: le vendite del made in Italy all’estero hanno fatturato meno di un anno prima in nove degli ultimi undici mesi, dice Eurostat, con una tendenza nettamente peggiore rispetto a Irlanda, Portogallo e Spagna.
Se non si cura, l’Italia resta un corpo incapace di trasportare il fardello del suo debito e riprendere a camminare. Ora avrebbe il tempo di mettersi a posto, perché l’enorme liquidità immessa dalle grandi banche centrali permette al Tesoro di collocare facilmente i suoi titoli anche se l’inflazione zero continua a far salire a livelli astronomici il rapporto debito-Pil. Una delle misure riguarderebbe le banche medie e piccole, da ripulire al più presto dei crediti inesigibili, ristrutturare e ricapitalizzare per permettere al credito di ripartire. Un intervento così può sconfiggere la deflazione, eppure le esitazioni sul Monte dei Paschi dimostrano quanto ancora il rapporto fra la politica, le fondazioni e il mondo bancario rallenti ogni svolta in Italia. La riduzione dello spread sembra aver tolto l’urgenza di agire, quasi che l’aiuto della Federal Reserve possa durare all’infinito.
Così l’Italia si prepara a celebrare la fine della crisi sopra un deserto chiamato pace.

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