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Prezzi al test rivalutazione

Chi sta per pagare il canone Rai non si può lamentare: l’importo non è cambiato dallo scorso anno (sono sempre 113,50 euro) ed è addirittura “virtualmente” diminuito rispetto a quanto versato per l’abbonamento 2007. E chi sta meditando di usufruire del bonus mobili abbinandolo a una ristrutturazione, consideri che avrà un doppio vantaggio se ora cambia pure il frigorifero: sempre rispetto a sette anni fa non solo i modelli sono tecnologicamente più evoluti ed energeticamente più efficienti, ma sostanzialmente sono anche meno cari. Anche un’uscita al cinema si può mettere in programma senza temere che il portafoglio soffra più di un tempo: un biglietto per una sala in un capoluogo come Milano si aggira sempre sugli 8 euro.
Considerazioni fantasiose per promuovere la domanda di consumi, una domanda interna talmente al lumicino, in effetti, da aver congelato i listini nell’anno da poco concluso, come ha appena confermato il dato Istat sull’inflazione fermo all’1,2%? No, il confronto fra i prezzi di tv, elettrodomestici e cinema non vuol essere un invito alla spesa, tanto più che non sono poi così numerosi i prodotti e i servizi che costano meno rispetto a sette anni fa, ossia nel 2007, quando ancora «si stava bene», cioè prima che, quell’estate, si innescasse la crisi dei mutui subprime con il successivo effetto domino sulle economie internazionali.
Il confronto serve piuttosto a scoprire quanto i singoli prezzi di un tempo si sono mossi rispetto all’andamento generale dell’inflazione. La loro “storia” la può raccontare la tabella degli indici di rivalutazione dei valori monetari pubblicata ogni anno a gennaio dall’Istat. Per ogni anno, a partire dal 1861, la tabella riporta un coefficiente; per questo indice va moltiplicato l’ammontare monetario che si intende aggiornare ai valori odierni: per esempio, 10 euro del 2002 vanno moltiplicati per 1,246 (e diventano 12,50 euro di oggi), mentre 10 del 2007 vanno moltiplicati per 1,13 (risultato: 11,30 euro). Se poi l’importo da rivalutare è in lire, per esprimerlo in euro attuali si dividerà la somma rivalutata per 1.936,27: per esempio, 100mila lire del 1990 si traducono in 97,10 euro attuali (100mila x l’indice 1,88 dà 188mila vecchie lire).
La tabella ha una funzione pratica: serve a incrementare la somma relativa a un determinato anno del valore corrispondente alla riduzione del potere d’acquisto di tale somma per effetto dell’inflazione registrata in quell’arco di tempo. Sono numerosi i casi in cui vengono utilizzati questi coefficienti: per rivalutare le spettanze arretrate per i lavoratori oppure le somme dovute in base a contratti di locazione o di prestazioni d’opera o la somma dovuta al coniuge come assegno di mantenimento. A ricorrere a tale tavola sono imprese, commercialisti, patronati, enti di previdenza, assicurazioni.
Ma la possibilità di mettere a confronto i “listini” di oggi con quelli attualizzati degli anni passati serve anche a evidenziare quali capitoli di spesa (o di entrate) hanno corso di più. Per esempio, un pieno di 50 litri per un diesel nel 2007 costava 66 euro (rivalutati): oggi ce ne vogliono 84, ossia il 26% in più. Peccato che i redditi non si siano rivalutati allo stesso ritmo. L’assegno medio di un pensionato Inps si aggirava sugli 817 euro (923 euro attualizzati): nello stesso arco di tempo è cresciuto di appena il 6,4%, sfiorando appena i 990 euro.

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