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Prevenzione obbligatoria

Manager corrotto, paga anche la società. Se non ha sviluppato anticorpi sufficienti. Da oggi fa più male il pugno delle sanzioni amministrative per la nuova corruzione societaria e per l’istigazione. L’entrata in vigore (dal 14 aprile 2017) del decreto legislativo 38/2017 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 marzo 2017) fa partire la possibilità di applicare alle società e agli enti la responsabilità amministrativa, disciplinata in generale dal dlgs 231/2001, anche per l’istigazione (nuovo reato) e aumenta minimo e massimo per la corruzione privata (che cambia veste e punisce anche il mero accordo criminoso). Si aggrava la punizione e si allunga la lista dei reati, commessi da manager e amministratori, da cui scaturisce la possibilità di applicare pene pecuniarie e sanzioni interdittive anche alle compagini societarie.

Il decreto 38/1017 modifica, infatti, l’articolo 25-ter del dlgs 231/2001, che snocciola tutti i reati societari che, se frutto di una politica di impresa (se non altro per non avere sviluppato le condizioni per scongiurare eventi di questo tipo), prevedono un doppio binario: sanzione penale per il manager e sanzione amministrativa per a società. La società deve prevenire e mettere argini con modelli organizzativi, organismi di vigilanza, codici etici. Ora deve farlo per evitare che amministratori e manager (ufficiali o di fatto) stendano patti per fare atti contrari ai loro doveri. Il rischio per le società non è solo pecuniario, ma anche sul piano della possibilità di operare. Sul piano pecuniario la nuova corruzione societaria può costare più cara della vecchia omologa ipotesi. Per il delitto di corruzione tra privati, nei casi previsti dal terzo comma dell’articolo 2635 del codice civile, la sanzione pecuniaria passa a una forbice da 400 a 600 quote (i vecchi minimi e massimi erano 200 e 400 quote) e, nei casi di istigazione di cui al nuovo primo comma dell’articolo 2635-bis del codice civile, la sanzione pecuniaria va da 200 a 400 quote. Inoltre, si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, del dlgs 231/2001. Insomma il portafoglio societario rischia di prosciugarsi, se si pensa che una quota può andare fino a 1.549 euro e moltiplicata per il massimo delle quote (600) si arriva a cifre tutt’altro che trascurabili (oltre 900 mila euro). Ancora più pesante sono le sanzioni interdittive, che vanno dal blocco dell’esercizio dell’attività alla sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni, dal divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, all’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi al divieto di pubblicizzare beni o servizi. Tutto questo giustifica una certa apprensione oltre che un’attenzione alla verifica dei modelli organizzativi in uso alla società e alla eventuale messa a punto dei processi decisionali e connesse attività di audit interno. Occorre fare in modo di prendere le distanze da chi si fa dare regalini per firmare o non firmare un contratto, fare o non fare un ordine, fare o non fare una causa, sviluppare o non sviluppare un progetto, ecc. Il dlgs 38/2017 non si limita a imporre condotte aziendali più virtuoso e un aggiornamento documentale della propria compliance. Anzi questi sono effetti della modifica del catalogo dei reati societari. Oltre all’introduzione dell’istigazione alla corruzione societaria, cambia veste quest’ultimo delitto. Viene esteso agli enti privati, oltre alle società. Si puniscono, poi, oltre agli organi apicali e di controllo. Il reato si perfeziona con l’accordo corruttivo e viene eliminazione del requisito del «nocumento» alla società. Si punisce anche chi, anche per interposta persona, offre, promette o dà denaro o altra utilità non dovuti. Rimane, però, la procedibilità a querela.

Antonio Ciccia Messina

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