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Prestiti, garanzie e fidi. L’allarme delle imprese: percorso troppo tortuoso, è emergenza, più velocità

Non si può dire che alle imprese non vada bene un provvedimento che copre con una garanzia 400 miliardi di prestiti che le aziende potrebbero trovarsi a non restituire. Ma oltre al coro dei «bene», c’è anche quello dei «ma…». Le perplessità espresse ieri dal mondo bancario e delle imprese sul Decreto Liquidità approvato dal governo lunedì sera sono ampie e in molti punti convergenti come tempi incerti, dato che il testo non è ancora in Gazzetta Ufficiale. Pesano poi la complessità delle norme e la loro esecuzione; l’incertezza sul doppio ruolo del Fondo di garanzia Pmi e di Sace (Cdp) come garanti dei prestiti in base alla richiesta e alla grandezza dell’impresa; la durata limitata dei finanziamenti garantiti, fino a sei anni quando per esempio Confindustria chiedeva 30 anni. Ieri Viale dell’Astronomia non si espressa: si è riservata di commentare il testo definitivo.

Il sistema prevede una garanzia statale, a prima richiesta, del Fondo di Garanzia sul 100% per prestiti fino a 6 anni a pmi e piccoli professionisti fino a 25 mila euro o entro il 25% del fatturato, senza valutazione del merito di credito. Per imprese fino a 3,2 milioni di fatturato il Fondo garantisce al 90% finanziamenti fino a 800 mila euro (o entro il 25% del fatturato) cui può sommarsi un altro 10% dai Confidi; a titolo gratuito il Fondo garantisce inoltre il 90% di prestiti fino a 5 milioni per imprese fino a 499 dipendenti. Sace invece interverrà con 200 miliardi, con controgaranzia dello Stato, a favore delle imprese di ogni dimensione» — spiega la nota del ministero dell’Economia — con garanzie variabili dal 70% al 90% a seconda se abbiano più o meno di 1,5 miliardi di fatturato e più o meno di 5.000 dipendenti. Anche le pmi possono accedere alla garanzia di Sace, ma solo dopo aver esaurito quella del Fondo. Insomma un meccanismo complesso, e per di più ancora sub judice.

«Alcune delle importantissime misure richiedono l’assenso della Ue», hanno ricordato ieri in una inusuale nota congiunta l’Abi e i sindacati dei bancari Fabi First-Cisl Fisac-Cgil Uilca Unisin, auspicando che il «processo si esaurisca nel minor tempo possibile» invitando i clienti a non accorrere per ora in filiale ma a telefonare. Ma con decine di migliaia di imprenditori in crisi di liquidità, rischia di essere un tempo troppo lungo. Tanto che Unimpresa attacca e parla di «bluff».

«È indispensabile garantire che i tempi di istruttoria delle banche siano compatibili con l’emergenza in atto», chiede il presidente di Alleanza delle Cooperative, Mauro Lusetti. È per accelerare la messa a terra delle norme che Abi e Sace hanno avviato ieri un gruppo di lavoro. «Considero prematura la dichiarazione di immediata liquidità espressa dal governo. Le regole bancarie non sono cambiate, dovremo sempre avviare una pratica per la parte di fido non garantito», spiega Antonio Patuelli, presidente dell’associazione delle banche. «Molte imprese avranno necessità di più di 25 mila euro. Quindi ritengo che sarà fondamentale la Sace». «Il principio è buono, ma temo che l’attuabilità sia difficile», dice Maurizio Casasco, presidente di Confapi, ieri ospite di Omnibus su La7: «La velocità è una condizione fondamentale, mi sarei aspettato anche una parte a fondo perduto. Sulla parte oltre il 90%, come si comporteranno le banche?». «Come estensione siamo soddisfatti. Ma c’è forse un eccesso di segmentazione quindi di eccessiva regolamentazione», aggiunge Innocenzo Cipolletta, presidente di Assonime. «In più sono escluse le aziende già in difficoltà con i pagamenti, magari perché aspettano di incassare dalla pubblica amministrazione». «Le maglie della legge sono larghe», continua Patuelli, «un’impresa potrebbe prendere più liquidità di quella che le serve adesso, anche per pagare i debiti preesistenti». «Va alzata la soglia di 25 mila euro per la garanzia automatica», chiedono i pubblici esercizi di Fipe-Confcommercio, tra i più penalizzati dal blocco per Covid-19.

Per accelerare, il governo giovedì al Senato potrebbe mettere la fiducia. «Abbiamo deciso di ritirare i nostri 168 emendamenti e di lasciare sul tavolo meno di 30 tra emendamenti e ordini del giono, su cui chiediamo risposte dal governo. Tutte proposte concrete e di buon senso», tende la mano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia.

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