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Prestiti garantiti, proroga a rischio L’allarme di banche e imprese

È allerta nel mondo bancario, imprenditoriale e del commercio sulla possibilità che le garanzie pubbliche sui prestiti non siano prorogate oltre la scadenza del 31 dicembre. Nonostante le rassicurazioni date pubblicamente nei giorni scorsi dai ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sulla volontà di prolungare garanzie e moratorie fino alla scadenza del 30 giugno, come consentito dalla Commissione europea, il dibattito all’interno del governo (e dentro gli stessi ministeri) ferve. Un dibattito forse anche prevedibile, visto che la coperta dei fondi pubblici comincia ad essere corta a fronte della grande quantità di ristori che si stanno mettendo in campo per tenere testa alle nuove forme a geometria variabile del lockdown. È come se ci fosse una concorrenza tra misure a fondo perduto e per il sostegno della liquidità (che è però di fatto debito). Con una certezza: il fondo perduto presto o tardi si esaurisce, mentre la possibilità di accedere al credito è fondamentale che sia sempre aperta. In mancanza di garanzie e con pandemia e lockdown che vanno avanti a passo spedito, senza la copertura pubblica l’impennata dei tassi di interesse e il sostanziale credit crunch sarebbero inevitabili.

«Non essendo ancora stato messo nero su bianco in un atto parlamentare il disegno di legge di bilancio per il 2021, non vi sono ancora gli elementi di certezza giuridica prospettica per la prosecuzione dei prestiti garantiti fino al 30 giugno», ha fatto notare ieri il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, a margine della presentazione del libro “Luigi Einaudi e l’associazionismo economico tra il 1861 e il 1919”. «Si ragiona sulla prosecuzione delle garanzie come è emerso anche dalle aperture pubbliche del ministro Gualtieri alla giornata del Risparmio e dalle dichiarazioni del ministro per le Attività produttive Patuanelli – ha spiegato -. Vorrei far notare che la scadenza del 31 di dicembre fu fissata ai primi di aprile, quando nessuno poteva immaginare una così lunga durata della grave pandemia. Peraltro i risultati, anche di queste ultime settimane, dimostrano come sono ampiamente richieste queste forme di finanziamento dalle imprese. Auspichiamo che le misure che funzionano, come prestiti garantiti e moratorie, non vengano interrotte troppo presto soprattutto in relazione al prolungamento della pandemia».

Proprio ieri l’Abi ha annunciato che i prestiti garantiti dal Fondo per le Pmi hanno raggiunto quota 102 miliardi, a fronte di 1 milione 261 mila domande (979 mila entro i 30 mila euro per un valore di 19 miliardi).

È anche vero il fatto che in questi mesi si sta assistendo a un fenomeno ugualmente preoccupante: le imprese di medie e grandi dimensioni lasciano una quantità sempre maggiore di liquidità sui conti correnti. È stato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, a quantificare il trend in occasione della giornata del Risparmio. «Nei dodici mesi terminanti a settembre i depositi delle famiglie sono cresciuti del 5,6 per cento (quasi 50 miliardi), quelli delle imprese del 24,4 (70 miliardi). In quest’ultimo caso l’incremento è in buona parte riconducibile alle misure governative di sostegno al credito, che hanno consentito alle aziende di accumulare fondi necessari per soddisfare le esigenze di liquidità che si manifesteranno nei prossimi mesi, col perdurare degli effetti economici della crisi sanitaria», ha osservato. Dunque, se i prestiti garantiti oltre i 30 mila euro sono stati pari a 80 miliardi, è presumibile che una parte cospicua di questa liquidità sia finita sui conti correnti. Probabilmente fieno in cascina per avere la certezza di poter pagare gli stipendi ai dipendenti e i fornitori. È però forse anche la constatazione di questo fenomeno ad animare chi, nel governo, vorrebbe porre un limite alle garanzie pubbliche. Sarebbe, però, forse più sensato studiare incentivi per spingere le imprese più solide a investire anche in questa fase così piena di incertezze. Il dibattito nel governo è legato al fatto che le garanzie hanno comunque un costo per il quale va trovata una copertura nella legge di bilancio. Eppure, secondo gli addetti ai lavori, prorogare le misure fino al 30 giugno non dovrebbe avere oneri aggiuntivi elevati: probabilmente meno di un miliardo. E questo perchè i tecnici del Fondo di garanzia per le Pmi, sulla base dell’esperienza maturata in questi mesi, hanno affinato la stima degli accantonamenti a fronte delle garanzie. Questi non sono più cumulati nel momento di concessione della garanzia, ma dilazionati negli anni in base alle stime sulle percentuali e le tempistiche con le quali potrebbero maturare le escussioni. Nei fatti per fare fronte alle richieste fino a fine anno sono sufficienti i 6/7 miliardi sinora stanziati e per prorogare fino al 30 giugno servirebbe qualcosa attorno al miliardo. È chiaro, però, che il Mef deve fare programmazione con una visione sul prossimo triennio e quindi anche le eventuali necessità che si aprirebbero, con le proroghe, nel 2022 e nel 2023. A oggi, comunque, al Fondo arrivano in media 5 mila richieste al giorno: prima dell’emergenza Covid la media era di 600-700 domande (30 mila nella fase di picco durante e subito dopo il lockdown).

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