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Prestanome senza colpe per l’evasione della società

Non risponde dei reati tributari la “testa di legno”, quando è verificata la sua totale estraneità rispetto all’attività gestoria della società di cui era formalmente legale rappresentante. Lo ha stabilito il tribunale di Milano con la sentenza 11706 del 24 ottobre 2013, che assolve l’imputato in quanto il fatto non costituisce reato.
La vicenda riguarda un controllo fiscale, poi scaturito in una indagine penale, a carico di una società “cartiera”, ovvero una società priva di sostanza coinvolta in un meccanismo fraudolento volto all’evasione dell’Iva. Si tratta delle “frodi carosello”, realizzate attraverso l’interposizione di una società italiana (“cartiera”, appunto) che acquista beni da un altro Paese europeo senza Iva, li rivende a un altro soggetto italiano con l’applicazione dell’Iva, incassa il pagamento dei beni e dell’Iva e poi omette di versare l’imposta all’Erario, non presenta dichiarazioni e quasi sempre scompare (si parla anche di missing trader). Queste frodi, oggi in parte arginate con l’introduzione di modifiche alla disciplina Iva, sono molto frequenti anche nel settore informatico, quello in cui operava la società in questione.
Dai fatti di causa emerge che si trattava di un meccanismo fraudolento ideato da alcuni soggetti che hanno proposto a uno degli autisti che utilizzavano di diventare legale rappresentante della società cartiera in cambio di un compenso di 30mila euro. L’indagine penale e poi il processo sui reati tributari contestati (articolo 10-ter del decreto legislativo 74/2000 per omesso versamento dell’Iva per l’annualità 2006, articolo 5 dello stesso Dlgs per omessa dichiarazione della società e articolo 10 sempre del Dlgs 74 per occultamento delle scritture contabili per l’annualità 2007) hanno riguardato proprio l’autista, legale rappresentante della società per quegli anni. Questo per effetto della consueta riferibilità al legale rappresentante o al firmatario della dichiarazione dei redditi dei reati tributari scaturenti dalle condotte delle società di capitali.
I giudici, chiarita la pacifica sussistenza dei reati dal punto di vista oggettivo, si sono soffermati sull’elemento soggettivo, ovvero sulla sussistenza o meno in capo al legale rappresentante della volontà colpevole di evadere le imposte. Essi muovono dalla convinzione che, sia da alcune dichiarazioni testimoniali, sia dalle dichiarazioni del medesimo legale rappresentante, emerge chiaramente il suo ruolo come mera «testa di legno», ovvero come «soggetto avente soltanto un ruolo nominale ma senza alcun coinvolgimento in concreto nella vita della società».
Precisato ciò, il tribunale si ispira alla giurisprudenza sulla responsabilità dell’amministratore di diritto a fianco del l’amministratore di fatto per rispondere alla domanda se il prestanome debba comunque rispondere per non avere impedito l’evento. Ebbene, i giudici milanesi escludono anche questa forma di responsabilità, ribadendo che, come ha chiarito la Cassazione nella sentenza 23425/2011, l’elemento soggettivo «ha un contenuto che deve essere correlato alla concreta situazione in cui il prestanome opera».
Nel caso esaminato, nonostante la percezione di un compenso per il ruolo ricoperto, secondo i giudici è chiaro che «la società fosse utilizzata in un meccanismo fraudolento già avviato e nel quale l’imputato non aveva alcun potere» e che quest’ultimo «per età e formazione» (all’epoca dei fatti era già pensionato) possa «ritenersi sicuramente non consapevole del significato della sua scelta come “soggetto responsabile” della società, specie se tale indicazione viene abbinata alla opportunità di un posto di lavoro».
I giudici superano in definitiva la tesi nominalistica relativa ai reati tributari, che tende a confinare l’autore del reato solo nella figura formalmente investita della gestione societaria. In queste fattispecie, sulla scia anche di quanto sostenuto dalla Cassazione (con le sentenze 23425/2011 e 33385/2012), il soggetto tenuto a osservare l’obbligo di presentare la dichiarazione è chi ha concretamente il potere gestorio, ossia l’amministratore di fatto.

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