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Pressione sui rendimenti di tutta Europa

Nessuna soluzione di continuità: il mercato ha ripreso ieri mattina il filo del discorso dove lo aveva lasciato venerdì scorso. E ha venduto quasi senza sosta tutti i titoli dei Paesi «periferici» che passavano fra le mani, Spagna in prima di tutto e Italia di riflesso, con le stesse motivazioni. La delusione per il comunicato conclusivo dell’Eurogruppo (nel quale mancavano i riferimenti al salva-spread e si lasciava di fatto al Governo di Madrid l’onere dell’intervento sulle banche) non si è infatti stemperata con il fine settimana, anzi. A rafforzare la tensione sull’intera Europa ci hanno pensato le indiscrezioni su un possibile stop agli aiuti alla Grecia da parte del Fmi e quelle sulla richiesta di aiuto della regione spagnola di Murcia dopo quella di Valencia.

Il risultato è stato immediato, perché i rendimenti dei titoli iberici sono balzati ai massimi dell’era dell’euro. Il decennale ha raggiunto nelle prime ore il 7,57% per ripiegare leggeremente sul finale al 7,49%, pur sempre oltre venti punti base in più rispetto a venerdì e soprattutto 632 punti sopra il Bund. La pressione, e questo è il dato inquietante, si è fatta ancora più pesante sulle scadenze brevi, tanto che il 2 anni iberico si è portato al 6,78%, top da addirittura 16 anni. Il fenomeno della curva appiattita, sinonimo di sfiducia più elevata verso l’emittente, fa somigliare la situazione di Madrid a quella vissuta lo scorso novembre nel nostro Paese.

Oggi l’Italia si trova agli occhi del mercato in una posizione più defilata rispetto alla Spagna, ma si tratta di una consolazione magra perché il termometro della tensione sui BTp parla di un rendimento del decennale al 6,33% e di un divario rispetto alla Germania di 516 punti che non si vedeva da gennaio. Il bilancio non è certo incoraggiante, soprattutto alla luce del tour de force che si dovrà affrontare fra questa e l’inizio della prossima settimana con i collocamenti di Ctz, BoT e BTp: operazioni che il Tesoro si è affrettato a confermare per sgombrare il terreno da ogni dubbio. Del resto, ieri Roma e Madrid sono state accomunate anche dalla decisione della cassa di compensazione Lch Clearnet di aumentare i margini richiesti a garanzia sulle transazioni che hanno come collaterale Bonos e Btp: una mossa in grado nel passato di creare scompiglio sui mercati, ma che in realtà è un semplice automatismo dettato dalla dinamica degli spread.

Il segnale di novità apparso ieri, semmai, lo si vede nel fatto che le vendite si siano estese anche sugli altri titoli europei, «core» compresi. Il tasso del decennale francese, per esempio, è salito al 2,14% (+7 punti rispetto a venerdì), l’olandese all’1,63% (+3), il finlandese all’1,45% (+5), l’austriaco all’1,95% (+7) e il belga al 2,60 (+15). Perfino il Bund ha ripiegato sul finale riportando i rendimenti all’1,17% dopo i minimi storici raggiunti poco prima all’1,13%.

Naturalmente il movimento della Germania (che continua a finanziarsi a tassi sotto zero, come dimostrano i 2,7 miliardi di euro di titoli a 12 mesi collocati ieri a -0,054%) non è in alcun modo paragonabile a quanto sta accadendo in Spagna e Italia. Testimonia però come ieri gli investitori tendessero a mettere il denaro fuori dall’Eurozona, a cominciare dai quei Treasury Usa i cui rendimenti hanno raggiunto i minimi storici su tutta la curva: dallo 0,28% del 3 anni, all’1,44% del 10 anni fino al 2,51% del 30 anni. Il motivo vero, poi, lo si è probabilmente capito soltanto in serata quando Moody’s, pur mantenendo la «Tripla A», ha rivisto al ribasso (negativo da stabile) l’outlook su Germania, Olanda e Lussemburgo.

Interrompere la spirale di sfiducia che attanaglia l’euro, a questo punto, non è semplice: gli investitori guardano con speranza a quella Bce che la scorsa settimana ha evitato di acquistare titoli di Stato sul mercato, come ormai avviene da febbraio. Ma che, come ha confermato il Presidente mario Draghi in un’intervista nel finesettimana, è pronta ad agire «senza tabù» se necessario.

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